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Senza la cultura si comincia male
Senza la cultura si comincia male
Ho appreso con disappunto che al Comune di Cosenza l’assessorato alla cultura è stato soppresso. Ergo,è stato avocato dal sindaco poiché, così mi è stato riferito, l’Onorevole Jole Santelli, da lui interpellata per ricoprire l’importantissimo ruolo, avrebbe rifiutato per un sovraccarico di impegni di lavoro.
Una cosa inaudita. Come se al di fuori della Santelli nessuno sarebbe stato capace, in una città di ottantamila abitanti, di fare l’assessore alla cultura. Di questi numerosi cittadini circa ventimila hanno votato, alle recenti amministrative, a favore del sindaco che è stato eletto e ha formato la giunta. Che cosa devo pensare? Che si tratta di ventimila cretini, ignoranti, inetti e incapaci? Che non c’è nemmeno uno, dico uno, di loro, idoneo a fare l’assessore alla cultura? Oppure che si tratta di uno schiaffo all’elettorato cosentino e a tutta la cultura cittadina, alla sua nobile e vetusta tradizione? Oppure che si è trattato di una svista, di una sorta di temporanea distrazione di un sindaco giovane ma volenteroso, sicuramente in grado di correggere l’errore e di procedere subito alla nomina di un assessore alla cultura? Perché di questo si è trattato e si tratta, di un errore. Anzi, di parecchi errori commessi in una sola volta.
Intanto, la convinzione di credere che solo la Santelli avrebbe potuto ricoprire questo ruolo sic et simpliciter. Non mi pare sia così. Non mi pare, Jole Santelli, con tutto il rispetto per la sua carica istituzionale, donna di autorevole cultura rispetto a tante donne impegnate su questo versante. Mi pare invece ci siano, in questo particolare momento storico e su tutto il territorio cosentino, donne di ben altra autorevolezza e sensibilità culturale. Ma qui non si tratta di misurare la temperatura culturale delle donne né di un fatto di genere, perché anche di uomini autorevoli, capaci di fare l’assessore, ce ne sono a iosa in città.
Qui si tratta di altro. Precisamente di un calcolo che mira a imbavagliare la cultura e affidarla a burocrati, tecnocrati e gente asservita alla logica del potere politico. E questo è un male, il più grande e oscuro fra quanti possono colpire la collettività, che ha bisogno di rappresentati capaci di esprimerne il carattere e la vitalità, la sua storia e la sua maniera di manifestarsi nella contemporaneità al di fuori di ogni logica politica e di ogni bandiera che non sia quella della libertà di pensiero e del suo libero estrinsecarsi.
Ma ci sono altri motivi che sostanziano l’errore del sindaco, o la sua dimenticanza.
Per esempio, avocando a se l’importante ufficio, avrà il tempo di dedicarsi alla cultura? Naturalmente no, e pure questo è un male. Perché la specificità del settore richiede per natura sua una dedizione a tempo pieno e una grande attenzione, oltre che predisposizione verso le empatie culturali e ambientali del territorio che si governa, per organizzare e canalizzare non con calcoli affrettati, estemporanei e finalizzati a se stessi, ma con direttive e programmi di lunga durata, lo sviluppo e il miglioramento della qualità della vita dei residenti.
Anche qui, invero, si tratta di altro. Se non c’è tempo da dedicare alla cultura ad essa non saranno rivolte attenzione, e quindi investimenti. Il che è proprio quanto da più parti si chiede, non solo perché a Cosenza c’è un’emergenza dei giovani professionisti della cultura che si offrono nel mercato dei servizi culturali, ma perché si tratta di una risorsa da gestire anche per un incremento dell’offerta turistica della nostra città, che può e deve puntare in maniera determinata sulla piena valorizzazione delle risorse culturali, umane e storico ambientali che, a cominciare dal centro storico, necessitano di una cura particolare e di un notevole impegno di energie da dedicare nel tempo, presente e futuro.
E potrei continuare all’infinito e scrivere non un articolo ma un romanzo sulla delusione di quanti, salutando l’avvento di questo sindaco come una vera e propria rivoluzione culturale si saranno resi conto, come il sottoscritto, che senza la cultura si comincia proprio male. Anzi, non si incomincia affatto. Si continua solamente ciò che era iniziato, mi pare sotto l’amministrazione precedente, che a un certo punto del suo percorso aveva praticamente abolito l’assessorato alla cultura. Come dire che ha il sapore di un certo gattopardismo di maniera, a cui siamo purtroppo abituati.
A meno che io non mi sbagli e non debba ricredermi. Perché i casi sono due. O mi sbaglio io, o si sbaglia il sindaco. Che può sempre ricredersi.
E non mi si venga a dire che questo o quell’evento organizzato temporaneamente possa sostituire il ruolo di un assessorato alla cultura, che non è solo quello di programmare eventi, ma di orientare comportamenti negli anni, canalizzare orientamenti nel tempo e indirizzare le scelte culturali nella direzione dell’identità di un popolo e di un territorio, senza la quale, nonostante ogni sforzo, non si può andare da nessuna parte.
Gianfranco Labrosciano
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estival del mondo arabo: una polarità attrattiva
Festival del mondo arabo: una polarità attrattiva del dialogo interculturale
di Gianfranco Labrosciano
In questo particolare momento storico, in cui il dialogo fra i popoli assume la funzione di veicolare le nuove prospettive dello sguardo sulla modernità, e l’Occidente rinsalda i legami col Medio Oriente in un rinnovato scenario internazionale di più illimitati ed estesi orizzonti religiosi, culturali ed economico-sociali, l’Europa si fa interprete di tali orientamenti anche attraverso strumenti concettuali suscettibili di sviluppare il messaggio culturale che è alla base del contesto di riferimento.
La proposizione, infatti,dei comuni di Santa Severina, capofila dell’evento, Crotone, Puerto Lumbreras (Spagna) e della Fondazione Georama di Patrasso(Grecia), di un Festival inteso a celebrare la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, la danza, la storia e l’antropologia del mondo arabo, in una parola la cultura araba nella sua più larga eccezione, sintetizza e al contempo rinnova l’atteggiamento antico delle reciproche e imprescindibili polarità attrattive dei popoli intese al confronto delle culture in vista di sempre più auspicabili effetti di solidarietà, di conoscenza reciproca e di pace per l’avvenire.
In questo quadro di azione culturale, estensibile ai rapporti geo-politici degli orizzonti comuni di riferimento, l’iniziativa del Festival adottata dai paesi membri della Comunità Economica Europea assume un preciso significato politico e un ruolo di primo piano per lo svolgimento e il perseguimento delle finalità anzidette.
La circostanza, inoltre, che i paesi proponenti il progetto del Festival siano paesi al contempo europei e dell’area mediterranea, Italia, Spagna e Grecia, conferisce all’azione di cui trattasi un imprinting culturale decisamente identificabile, quasi come un marchio d’impresa, con la necessità di rinsaldare i vincoli e gli antichi rapporti di scambio culturale ed economico fra i popoli rivieraschi del Mediterraneo, a cominciare da quelli dell’area del Maghreb..
Per questi motivi, e per l’alto contenuto culturale del Festival, che si propone senz’altro come un catalizzatore fondamentale di interessi plurimi europei e mediorientali convergenti in un momento celebrativo di elevato valore simbolico, il dialogo interculturale, detta manifestazione, già peraltro favorevolmente recepita dalla Commissione cultura in sede europea, ci auguriamo possa trovare da subito la giusta attenzione presso i territori di riferimento, a iniziare dalla Calabria, affinché possa contribuire a dilatare meglio quegli orizzonti di infinita bellezza che tutti noi, assiepati sulle rive del “mare nostrum”, non ci stanchiamo di contemplare.
Che cosa vuol dire, infatti, per la Calabria, un festival del Mondo Arabo?
Intanto un appassionato confronto con se stessi e con l’ ”altro”, ovvero con quel crogiolo politico e culturale che è oggi il mondo arabo, nonostante i vecchi clichés d’incomunicabilità che resistono a qualsiasi denuncia e delucidazione critica. Poiché la cultura può abbattere i muri e i confini, il Festival può far emergere, se mai ce ne fosse bisogno, i miti comuni e le matrici unitarie che accomunano la civiltà araba e quella europea. E questo è importante, poiché è da questo snodo culturale che occorre partire, o meglio, ripartire per individuare i terreni omogenei per un serrato dialogo che, per quel che ci riguarda e anche per l’elevato numero di presenze arabe nella nostra regione, non può essere disatteso.
La messa in discussione, dunque, del ruolo che la Calabria ha di se stessa e del suo posto nella storia contemporanea nel contesto del “villaggio mediterraneo”. Il che non è poco. Può servire, anzi, a ridisegnare il suo volto e i contorni di una sua nuova fisionomia che, in ossequio alle sue vocazioni territoriali, sia più consona allo svolgimento di quella “civiltà del mare” da più parti invocata e mai pienamente realizzata.
Dopo anni di conclamate dichiarazioni d’intenti, di sbandierati propositi progettuali sul Mediterraneo, di più o meno larvate promesse politiche intese a ridefinire il ruolo della Calabria nel Mediterraneo, ecco che arriva un Festival sul mondo arabo che può andare nella direzione giusta. Che è quella di interrogarci seriamente sull’identità e darci delle risposte di civiltà, senza le quali non possiamo progettare assolutamente nulla.
Il Festival si svolgerà in Santa Severina e Crotone dal 20 al 26 Settembre 2009, proseguirà in Puerto Lumbreras e a Patrasso in date ancora da definire.
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Alfredo Granata.L’urlo, la protesta e la politica, di Gianfranco labrosciano
L’urlo terrificante dell’artista gettato, sbaragliato, direi, in questo duro mondo d’inamovibili relitti d’inquietudine, è quello di chi sbava sudore e furore, lo schifo di un dolore grave e troppo a lungo trattenuto nelle viscere, nelle budella e dentro l’anima.
E’ l’atto, il fatto terminale di un lungo processo di lotta e resistenza di chi sputa, vomita, espelle la fame di vita con la brama di morte, di distruzione e di disperazione. E’ il fatto di una creatura celestiale divenuta bestiale, consumata e caduta, che esibisce le sue ferite mostrandosi nella sua intimità violenta, violentata e squarciata.
E’, in altri termini, la rivolta, una critica radicale che fa emergere un estremismo necessario e che superando la tradizione, l’abbraccio ossessivo e seducente della storia e della memoria s’immerge nel presente con tutta la forza dell’abbandono.
I freni inibitori sono crollati, la volontà tende a fare dell’artista un espulso della vita e tutto, in Alfredo Granata, la coscienza di sé, il tempo contingente, la religione e la ragione, persino le abitudini, si macera e si stritola in un istante, un solo istante di pienezza in cui quell’urlo chiede riposo, una tregua, una qualche forma di pacificazione, sebbene rabbiosa, che giustifichi l’eternità.
Ecco, questo penso che sia, tanto per cominciare, quest’urlo presentato con la pratica condotta dell’arte, col suo agire, col suo manifestarsi e col suo comportamento.
Si sente, osservando l’opera, una volontà di scatenamento, l’ansia di liberare la stratificazione di una situazione convulsa e lacerata a dispetto di una logica sempre più repressiva e di destabilizzare un ordine, un sistema costituito attraverso la rappresentazione di un malessere tanto trattenuto quanto dichiarato, tanto represso quanto urlato e manifestato fino all’indecenza, tanto lacerante e aggrovigliato quanto espressamente espunto.
Per questo più che di politica, allora, parlerei di nausea, di aperta ribellione per sfinimento, di un conato incontenibile e uno scoppio strepitoso, di una brutale rottura e di un principio di suicidio, di sacrificio, penitenza, espiazione e purificazione.
E’ una sorta di solitudine inalienabile, una specie di condanna definitiva, lo specchio di un mondo senza uscita.
Ma è davvero così?
Tutto sembrerebbe confermarlo.
La Madonna rovesciata, sinistramente avvolta dal sigillante siliconico sembra resistere, col suo irreversibile invecchiamento, al suo stesso motto di sempre, che induce a credere. Gli aghi acuminati di reperti antropologici palesano l’estrema pietas di chi è da sempre costretto a obbedire senza rimedio. I calchi dei denti sono la sintesi, la smorfia e la resa di chi altro non ha fatto che combattere.
Alla fine solo l’urlo rimane contro la grassezza enfatica della vita.
Un urlo che nel prosieguo della rappresentazione diventa scopertamente quello dell’artista, di Alfredo intendo, come a specificare che era lui stesso a urlare nelle precedenti immagini, per chi ancora non lo avesse capito.
Insomma, la narrazione fortemente personale e autobiografica di una crisi irreversibile e senza rimedio.
Senonché irrompe, nelle quinte di questo teatro inconsolabile, una
sorta di devianza, di erranza intenzionale grazie alla quale s’intravvede una via, un sentiero praticabile di riscatto.
E’il verbo comprendere, l’azione possibile suggerita come pratica di reazione a quell’urlare di denti e di budella di chi è dovuto morire come genere per rinascere come Uomo, per ritrovare un moto di sintesi e un’impennata di speranza che gli consenta, alla fine, di continuare a esserci nonostante tutto, a duplicare la coscienza infelice nelle sue contraddizioni e continuare a vivere.
Certo, è una lunga riflessione che presenta diverse sfaccettature e angolazioni, a cominciare dalle provocazioni e dalle risposte politiche che è capace di suscitare.
Da questo punto di vista, anzi, è chiara la posizione dell’ artista impegnato sul versante della coscienza collettiva e della sua azione come prolungata accettazione e comprensione dell’altro, del diverso ideologico, ed è come se nella stessa opera al tempo dell’arte si sostituisse, quasi per germinazione spontanea, un tempo della politica che recupera in vista del futuro le ragioni della storia, della collettività e della memoria.
Ed è sotto questa angolazione, forse, che va trovata la chiave di volta dell’intera opera, poiché Comprendere, allora, diventa una specie di manifesto, una prospettiva e un programma per la lettura della storia passata che ingloba prepotentemente quella presente e degli anni a venire.
E’ L’apologia della storia di March Bloch, direi per concludere, che si afferma prepotentemente come corollario dell’opera dell’artista che non si chiude per nulla, ma rifiuta e supera il suo stesso urlo egocentrico nell’azione intellettuale dell’amore o dell’amicizia e trova la strada maestra per immettersi, con tutte le correnti del suo fiume personale, comprese quelle della rivolta, nel grande mare della storia e dell’umanità.
Sul piano formale si tratta di un’opera intrigante che ha radici solide nell’avanguardia storica e nella vasta area della migliore sperimentazione e ricerca del secolo appena trascorso, e i riferimenti possono essere i più svariati.
E’ un’opera che reca come intrisa la realtà indissolubile del passato anche riguardo alla storia dell’arte. Ci sono i catrami di Burri,l’arroventata materia di un Kounellis e i terrificanti stravolgimenti di un Bacon, per intenderci,su queste raggelate pareti di amarezza che, come una grande e immensa texture, ripetono sine die quell’unico, Munchiano urlo intrattenibile.
Ma soprattutto c’è lui, l’artista, che si fa carne e sangue del tempo, dell’attimo bloccato nel lampo di una macchina fotografica che gli consente sia di scendere nei gorghi paludosi e nei meandri melmosi della sua passività, che di emergere in superficie con tutta la forza catartica della sua umana, generosa fertilità.
Cosenza,15.10.2008 Gianfranco Labrosciano
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Fiumefreddo e la Bellezza
Abbandono per onestà
Non so quanti di voi hanno letto o saputo, dei venti imprenditori del Veneto che non sono riusciti a superare l’onta di non essere stati capaci di pagare gli stipendi ai propri dipendenti, e si sono tolti la vita.
Gesti inconsulti, si dirà, atti sconsiderati di ordinaria follia. E pure io tendo a considerare questi uomini psicologicamente deboli, fragili e incapaci di resistere e lottare.
Ma non malati.
Malati, se mai, lo sono stati d’animo, ma di onestà.
E in questa società famelica, ammalata di furto, di sciacallaggio e di rapina, in questa giostra quotidiana di pizzicagnoli, usurai e sanguisughe, infestata di ladri e appestata da corrotti, corruttori e disonesti, tecnici e burocrati ed esperti di malaffare, ingegneri dell’intrallazzo e architetti di salvadanai, azzeccagarbugli ingarbugliati in una matassa che più sta e più si aggroviglia, in questa grande immensità di farabutti, chi se ne frega se a pagare sono gli onesti?
A chi volete che possa interessare la vicenda di un uomo che dedica ad un’impresa economica le sue energie migliori, gli anni più belli della propria vita e soprattutto la realizzazione del sé, della sua personalità e della sua sfera vitale, se poi ad un certo punto non può assolvere ai suoi obblighi di retribuire gli uomini che realmente sostengono il suo miglior progetto di vita e si uccide?
Lo scandalo, allora, è questa indifferenza rispetto a questa morte, così solitaria e così muta. La fine silenziosa di un agnello sgozzato in un branco di lupi assetati di sangue che sbavano furore e sudore sulla pelle di uomini che nessuno protegge e che sono in trincea. E a sbranarli non sono quelli che mandano avanti, sia pure faticosamente, perché non remunerati magari da tempo, il lavoro che dovrebbe permettere loro di vivere, non sono loro, che si rendono conto che se il padrone chiude vanno a casa senza sapere come sopravvivere, ma il sistema del lavoro, del credito, del mercato e della politica.
Ma fermiamoci al fatto e al comportamento.
Un imprenditore non può pagare i dipendenti e arriva ad uccidersi per la vergogna.
Si tratta di un comportamento senza ombra di dubbio inammissibile, perché nessun tracollo economico giustifica il sacrificio di una vita umana, che non ha prezzo.
Ma riflettiamo un momento.
Se, per nostra fortuna, il numero degli imprenditori suicidati per motivi di lavoro è ancora una misura limitata, sebbene spaventosa sia la cifra riportata dalle cronache e tale da configurare una vera e propria strage sul lavoro, quanti sono quelli fra loro che, colpiti da un’insolvenza debitoria nei riguardi dei dipendenti, semplicemente abbandonano, rinunciano all’impresa e cambiano mestiere?
Migliaia. Sono migliaia gli imprenditori che non ce la fanno e chiudono. Si dedicano ad altro.
Bene.
Perché tutto questo non accade per i nostri politici, in particolare per gli amministratori di enti pubblici e privati, sindaci di comuni, presidenti di Comunità Montane, di province che non riescano ad assolvere ai loro compiti primari di retribuire regolarmente i dipendenti e i lavoratori delle istituzioni che essi stessi governano?
Perché non avvertono una vergogna non dico uguale, ma neanche simile a quella che avvertono migliaia di imprenditori che, resisi conto di non poter assolvere ai propri debiti, si fanno da parte?
Perché non chiudono la loro attività, almeno dopo un certo periodo di reiterati tentativi, e non cambiano mestiere?
Semplice. Anzi, semplicissimo. I soldi non sono i loro per cui non perdono niente se i dipendenti non vengono pagati.
A pagare i dipendenti, gli operai, i fornitori, i prestatori d’opera, sono i soldi pubblici.
Loro non perdono niente.
Eppure, non è vero.
Ci perdono la faccia. E anche se a molti di loro non interessa niente, ci sono molti, anzi, moltissimi uomini che preferiscono nemmeno incontrarli, e se li incontrano li evitano.
E questa sapete cos’è?
E’ la morte civile, un tipo di suicidio molto diffuso in questi ultimi tempi e praticato a iosa, in territori, peraltro, molto più estesi del ricco Veneto, opulento e laborioso.
Gianfranco Labrosciano
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