Tropico del caos


“….C’è dappertutto un qualcosa che manca, incorporeo e sfuggente, un altro per cui tutta Napoli sussulta e che fa in modo che ogni sua azione, per quanto riconosciuta, non sia compresa fino in fondo.
Dai vicoli emergono scene che moltiplicano i giochi della fantasia, e sebbene limpide e chiare nella forma consentono soggettivi interventi trasfiguranti quanto alla sostanza, che rinnova continuamente le sue modalità.
Ogni scena moltiplica i pretesti per una contemplazione che si aggrappa a una materia selvaggia, concreta, da cui risulta tuttavia uno sfinimento delle modalità, una corrosione estrema, una perdita di efficacia.
Per cui si tratta sempre di altro, un’assenza che é anche senso e segno della sua diversità. Per toccare tale assenza bisogna carpire la sua presenza nel nudo fatto di esserci, laddove la vita si sdoppia o si raddoppia in due livelli, uno visibile, con il massimo di concretezza e la necessità di vivere, di godere la baldoria trascinante degli innumerevoli fiumi fenomenici e l’altro invisibile, ma fatto di una sostanza derivata dal piacere e votata allo scandalo, al sublime, al sangue, al seme, alla depravazione e alla carne.
Ne risulta un incessante movimento che produce un’alternativa tagliente di realtà in continua trasformazione per l’urto fatale col suo mondo sottostante, con funzione persuasiva, inconscia o palese, e condivisibile in ogni manifestazione.
Deve esserci una regola nascosta, sottile, per la quale la verità appare e scompare, un meccanismo in forza del quale la realtà si ricambia con una variazione o una fuga che supera i suoi confini e finisce per trasferirsi in un’altra realtà, invisibile ma presente, sottostante e profonda che genera le sfere psicologiche da cui affiora la misteriosa natura del napoletano….”