La canna


“…Questo era il suo andare, un senso panico nel quale era maestro e piccola cosa, discepolo e luce, essere pacificante nel quale si concludeva una missione senza fine, un ritorno continuo e un continuo rifarsi perché nulla nel mondo è concluso.
Avvertiva la sua stessa voce come un’alterità, qualcosa che non apparteneva a nessun mito e a nessun dio che fosse cosa degli uomini e separasse.
Tutto coinvolgeva e si coinvolgeva.
La sublime astrazione del sogno coinvolgeva la concretezza fisica del mondo. Tutto si perdeva e s’innalzava nell’andare infinitamente verso la meta di luce che era il suo cuore, piccolo infinito del mondo e dell’universo infinito.
La verità era riposta nel suo cuore, al di sopra di ogni religione, di ogni fede e di ogni ideologia.
Tutte le religioni che tendono a ricondurre, di ridurre l’uomo ad una sola dimensione non farlo che castrarlo e farne una dimensione astratta, lontana dal suo cuore.
La condizione dell’uomo, invece, è quella di stare nel mondo e di seguirne il destino.
E l’uomo può salvarsi solo attraversandolo, calandosi in questa dimensione senza nessuna forma di proiezione verso cose che ne stiano fuori.
Solo in questa condizione che naviga, che ha come espressione e come fine il nulla l’uomo può salvarsi, senza negare il mondo ma penetrandolo…”