Per un museo del Vigile Urbano


Nei locali ubicati nel Comune di Cosenza e adibiti a Museo Comunale del vigile Urbano, ho avvertito le stesse emozioni provate più volte nei corsi di questi anni ogni volta che mi sono trovato di fronte a pezzi di storia della Calabria consegnati progressivamente all’indifferenza, alla polvere, ai roditori, all’umidità e all’oblio.

Ogni volta le stesse domande e le stesse risposte inevase, per concludere sempre che i popoli, come gli individui, possiedono tutto ciò che hanno dimenticato.

C’è, nei locali di cui trattasi, un insieme notevole di strumentazione per le funzioni del Vigile e documenti storici, fotografie e manufatti, divise e armi assegnati in dotazione al Corpo, tracce e frammenti di una passato cittadino che sono segni importanti da mettere insieme perché si tratta, in sostanza, di una storia da raccontare.

Ma le storie, per raccontarle, bisogna prima conoscerle.

Certo un bisogno di storia deve averlo animato il Colonnello Raffaele Verbari, Comandante del Corpo dei Vigili Urbani, che finalmente, dopo alcuni anni di ricerca, nel 1969 dava inizio alle formalità e alle procedure necessarie per istituire qui a Cosenza, un Museo Comunale del Vigile Urbano. Per la verità di queste procedure non è conservata alcuna traccia, e nemmeno esiste copia di atto deliberativo del museo, che comunque venne inaugurato il 19 maggio 1969. Dalle poche lettere ritrovate si evince chiaramente non solo l’entusiasmo, ma anche l’interesse specifico che l’iniziativa del Colonnello suscitò nell’opinione pubblica più attenta alla storia cittadina .In una lettera di felicitazioni all’ufficiale, datata il 15 Maggio 1969 – appena cinque giorni prima l’inaugurazione del museo – l’avvocato Francesco vaccaio augurava che: “fra i cimeli del Museo venissero inseriti le delibere comunali, gli atti, i verbali e altri provvedimenti inerenti alla vita e allo sviluppo della allora piccola città di Cosenza”; e suggeriva di mettere in evidenza “la identificazione della sostanza ove aveva sede il Decurionato (l’Amministrazione Comunale anteriore al 1860) sita in Via del seggio, il contratto in base al quale la città di Cosenza ebbe la prima illuminazione pubblica, costituita da lampade a olio, e quello del Comune con i conservatori di neve”. Ricordava, l’illustre avvocato , persino le “stranezze” di taluni contratti, in base ai quali, per esempio, l’appaltatore non poteva accendere “i lumi” nelle sere di plenilunio, o l’autorizzazione di vendita della neve alla categoria dei carbonari! L’avvocato Mario Siniscalchi inviava, in omaggio per il Museo , una copia fotostatica del “Regolamento della Polizia Urbana e rurale del Comune di Cosenza per il quinquennio 1860 al 1864”. E’ questo il primo regolamento di Polizia Urbana dopo l’Unità d’Italia. ritrattava di 2un documento di grande rilievo… . Per gli spunti che offre per uno studio sulla topografia cittadina e per un’indagine sociale ed economica su Cosenza”. Lo stesso Siniscalchi citava l’art.6 del Regolamento per ricordare che allora ci si bagnava anche nei fiumi della città, il Crati e il Busento: "Alcuno non può nuotare a corpo ignudo durante il giorno né fiumi che traversano l’abitato, né fuori, se non alla distanza di duecento passi, sia pure per bisogno di bagni".

Non si trattava, dunque, di un semplice museo del Vigile Urbano.

Il problema era un altro. Anziché un museo “vetrina”, destinato alla inutile raccolta di cimeli del passato, si trattava di impiantare un museo scientifico che attraverso quei cimeli avesse potuto raccontare un’altra storia, la storia urbanistica della città.

Per la quale era necessaria , come aveva capito l’intellettuale Siniscalchi, “un’indagine sociale ed economica su Cosenza”. Si trattava di far vivere, più che un contenitore di materiale depositato, un laboratorio didattico e scientifico che fosse in grado di affrontare alla radice i problemi del tessuto urbano: un Museo del territorio.

E’ in questo nodo, tutto da sciogliere, che va cercato probabilmente il primo motivo per cui il progetto di Museo sarebbe stato sommerso, di lì a poco, dall’onda luna dell’indifferenza.

Ma le “ragioni del cuore” del Colonnello Verbari sopravanzavano, almeno per il momento, tutte le altre.

E’ facile immaginare con quanta cura Verbari attese alle prime raccolte del materiale idoneo alla costituzione del museo. Bandiere, gonfaloni della città, medaglie conferite al valore, attrezzi di misura adoperati dai vigili e pedane non più in uso, vecchie fotografie di Cosenza (fra le quali, bellissima e commovente, quella dell’inondazione della città per lo straripamento del Crati nel 1959) e antiche targhe di circolazione stradale, insomma, tutti gli elementi materiali necessari per una prima lettura della storia cittadina erano affluiti nel museo, ai fini di una fruibilità gratuita e civile.

Al momento dell’inaugurazione però, più che di museo si sarebbe dovuto parlare di una parvenza di museo, atteso che solo tre anni dopo, nel 1972, un impiegato comunale provvide a stenderne il primo inventario. Inventario che fu il primo e l’ultimo perché il museo venne chiuso – ma era stato mai veramente aperto?- e consegnato, dalla carezza dell’onda sempre più lunga dell’indifferenza, a quella non meno tiepida, ma più protettiva, della polvere.

Non sono riuscito a trovare, nonostante gli sforzi, alcun inventario, né le chiavi per aprire le custodie di un cospicuo numero di libri antichi. Fortuna per loro: gli altri, sparsi qua e là alla rinfusa, sono stati mordicchiati, insieme alle antiche divise e a tutto quanto formava oggetto di un appetibile banchetto, dai roditori.

Il resto è storia di oggi. Di questi anni Ottanta che si sono accavallati rapidamente, come i governi della città che si sono succeduti, e intanto molti documenti, molte fotografie, molte testimonianze della cultura cittadina si consumavano e si disperdevano sotto le coltri inaccessibili dell’oblio.

Ma le ragioni del cuore, così mute, così silenziose, così prepotentemente attaccate ai valori della vita, non demordono. Sono troppo traboccanti. Sono come un baluardi di fronte al quale si arrestano ance le ragioni della politica.

Ed ecco che si avverte l’esigenza di ritessere le trame di una storia, quella del Museo Comunale del Vigile Urbano, che è diventata di per sé una storia da raccontare. Una storia che contiene infinite storie individuali, quelle dei Vigili Urbani di Cosenza, e una grande storia collettiva, generale e unica.

Il museo del Vigile urbano, anche a giudizio dell’attuale comandante del Corpo , Emilio Guglielmelli, è troppo importante. E’ necessario per la storia passata e per l’avvenire della città. Ma soprattutto è importante perché testimonia dell’impegno, dei sacrifici, del lavoro umile e quotidiano di un semplice cittadino, il vigile, che veramente sta al “centro” di questa società caotica e disordinata.

Le contraddizioni di questo tempo esplodono, si moltiplicano e si centuplicano nell’unico luogo dove nessuno vorrebbe stare, il traffico urbano.

Ma fermiamoci qui. C’è solo da sottolineare l’alto valore civile della posizione ferma e decisa dell’Assessorato alla Mobilità, che, non potendo per ovvi motivi aprire le sale del “Museo”, sposta con questa iniziativa, alcune delle testimonianze più belle della storia del vigile urbano direttamente negli spazi di una galleria d’Arte, realizzando già per questo, mi sia consentito, un’opera d’arte. Il tutto nel quadro di una manifestazione di portata più generale, popolare e autentica, il Natale in città. E’ una lezione morale e civile che non può essere dimenticata.

L’Assessorato alla Mobilità, nella persona della dottoressa Maria Lucente, ha saputo coagulare attorno all’iniziativa il Comune di Cosenza e le realtà economiche e culturali più rappresentative della città, segno anche questo di una coscienza civile e di una ritrovata volontà.

A Cosenza il Museo del Vigile Urbano, insomma, lo vogliono tutti.

Gianfranco Labrosciano