Giusto Sucato

Sull'Olocausto

Giusto in Galleria

L'arte è uno dei più potenti mezzi affidati all'uomo nella lotta per la libertà, e anche quando si trasforma in rivolta, o in atteggiamento puramente contemplativo, o addirittura in esilio, essa è pur sempre una missione di libertà.

Certo, dal punto di vista dell'esperienza estetica, l'opera d'arte è tale quando si stacca completamente dalla realtà per costituire un mondo in sé concluso e perfetto, che la trascende. Tuttavia l'opera è sempre in rapporto con i problemi del proprio tempo e tenta sempre di rispondere alla medesima domanda: come trarre un senso di libertà dai lacci, dai legami e dalle catene della vita umana?

In questo Giusto Sucato è artista tra i più sfrenati degli altri contemporanei, poiché la sua intera attività è tutta volta ad arricchire il materiale dell'esperienza in un'opera di per sé illuminante e liberatrice che magicamente produce un sogno, quello di descrivere, di scrivere qualcosa di diverso da questo miscuglio indiscriminato di elementi che è la vita.

L'attendibilità della sua arte vale come applicazione di un metodo sperimentale, antropologico e strutturalista che poggia sul, comportamento degli uomini e sulle condizioni materiali della loro vita, ma essa diviene catartica nella capacità che ha di produrre dall'interno il mutamento estetico in vista di miglioramenti dell'ambiente esterno in cui vivono gli uomini.

Sicché, l'ascesi della sua opera, dalle trovate spesso eccentriche e bizzarre, nega le regole imposte all'arte e si trasforma in emancipazione.

Campione dell'arte della memoria, ossia della capacità di veicolare con i suoi manufatti artistici una dialettica del risveglio tanto necessaria al presente quanto autorevole è il recupero delle fonti del passato su cui si incentra la sua azione estetica, Giusto Sucato produce il determinismo proprio di un'opera ereditata dal passato e ambientata nella contemporaneità con tale valenza da potersi definire più un esperimento sociologico che artistico.

E' appunto il caso di "Olocausto", un nuovo romanzo artistico, un nuovo corso su un soggetto oscuro prima che l'artista conoscesse l'indimenticabile "Gilberte", di Ignazio Apolloni, e che diventa, non appena Giusto si impossessa del dato di fondo - la privazione della libertà di un individuo come quella di un popolo - per esprimere, con la sua apparente passione caotica, il teatro di un fenomeno contemporaneo che forse è l'invenzione del Tempo, o forse il processo infinitamente lungo della coscienza, della durata e della crisi della contemporaneità.

Ed eccolo, Giusto Sucato, affidare all'arte il canto e la preghiera dell'uomo contemporaneo. E forse questa è l'arte, la soglia oltre la quale incomincia la preghiera. Eccolo sperimentare questa fase cruciale del mondo, raccogliendo e assemblando il suo materiale antropologico, sui fatti e gli elementi della crisi attuale e della vita che "Gilberte" porta via con sé: germi che cresceranno e matureranno per una provvista di ancora ignoti ma illuminanti tesori. Eccolo raccogliere e sottoporre al vaglio il materiale condensato nella potenza e splendore del libro, - il sentimento di ascesa di fronte al presente e al futuro, l'arguto, intimo attacco di passionalità scomunicante, l'incanto e il disinganno di un individuo e di un'entità che si sviluppa in un processo storico di semplici "modificazioni" della sua natura sostanzialmente astorica - magari non letto interamente ma colto in poche pagine brucianti, e senza riserve. Voglio dire che non è l'esperienza a portarlo al libro ma il libro di Apolloni all'esperienza: ecco il metodo di Giusto per questa nuova impresa estetica.

E si tratta davvero di un'impresa. Riportare l'olocausto nella contemporaneità, la storia nel tempo contingente e trovare una risposta in una situazione catartica e totalizzante come quella dell'arte.

Certo, gli spazzolini, i pettini e gli occhiali assemblati e messi insieme in un reticolo di disagio esistenziale, che formalmente richiama l'informale, hanno ancora il ricordo, costituiscono il rimando alla "soluzione finale" e all'obbrobrio dell'olocausto come memoria della repressione e dell'antisemitismo.

E anche le opere in cui sono assemblate foto e ricordi di lager nazisti hanno il medesimo effetto.

Ma Giusto supera, in un certo senso, la visione spettrale e scioccante dell'olocausto riconoscendogli un significato attuale e riportandolo nel quadrante della storia contemporanea. Intuisce che l'olocausto ha contribuito prepotentemente alla nascita dello stato di Israele, e che questo ha diritto alla pacifica convivenza con gli altri popoli, a cominciare da quello palestinese. Sente che l'attacco odierno dei palestinesi allo stato ebraico è un nuovo olocausto che minaccia concretamente Israele nella sua possibilità di avere un futuro normale, e risponde a modo suo. Traccia una prospettiva, con l'opera, che avvolge le due entità in una dimensione estetica e utopica quanto si vuole ma pur sempre perseguibile. Un nuovo futuro basato sulla convivenza e reciprocità. Ci sono opere in cui la stella di Davide è posta accanto alla mezzaluna fertile. Opere che incantano, anche per la consueta scrittura straniante e irrazionale che arranca dietro i tempi e li precorre, come a volere incidere sulla texture un'alta storia, anch'essa senza tempo.

Per cui c'è, in queste opere, una sorta di logica evolutiva del linguaggio stesso di Giusto Sucato, che pur restando fedele all'opero "astratta" costituita da unità di base costanti e sintattiche derivate dal mondo del riciclaggio e della riattualizzazione del materiale etno-antropologico, indica accanto alla componente estetico, una visione più storica e sociologica della produzione artistica. Voglio dire che il codice degli elementi combinatori, pittorici e plastici di Giusto Sucato questa volta contiene un messaggio che è come un discorso morale, e di questo messaggio l'opera stessa si arricchisce, staccandosi dalla tradizione delle stesse sue tendenze puramente formalistiche.

E questo è indubbiamente un altro grande risultato di questo artista che ancora continua a stupirci con i suoi elementari quanto entusiasmanti reticoli di linee sottili tradotti nelle maglie di forme geometriche nei quali campisce una scrittura svagata, ingenua e progressiva che crea un ambiente puro e completo di bellezza. Ma torniamo alla sua opera attuale, a questo olocausto che si consuma in questo tempo tragico assunto e condensato nell'astratta e irresistibile opera di Giusto.

Un'opera che si manifesta come un grido, una speranza e veramente una preghiera in quell'azzardato sogno collettivo che può essere definita l'opera in cui l'artista mette insieme, come dicevo, i due mondi che si contrappongono, quello israeliano e quello palestinese.

Come a dire: c'è un tempo anche per ricominciare. Come per l'arte, la vita non solo continuerà, ma si realizzerà sempre di più. L'olocausto, allora, quello passato e presente, è una lezione per tutti. Traccia un profilo di pace per i giorni a venire e una mappa del futuro, e l'effetto di queste opere tanto "impossibili" quanto concrete, è quello di un accostamento insolito e assurdo, ma pur concreto e auspicabile nei fatti e negli atti della nostra vita quotidiana.

Nella sua capacità a far testo questo si vede nell'ambiente descritto da Giusto. Forse una frattura incomunicabile tra arte e vita. O forse la maggiore disponibilità dell'arte per una potenziale valenza utilitaria. Ma già questo è una grande lezione di arte.

Gianfranco Labrosciano