Antonio PuglieseLe Farfalle di Zeus |
Antonio in Galleria | |||
|
|
|
||
|
Antonio Pugliese questa volta “gioca” nel suo mondo variopinto di colori, di trasparenze ottenute con l’impiego del vetro, nel simbolismo delle sue metamorfosi che si verificano in virtù di un’intima dialettica dell’arte intesa come morte e resurrezione della forma con il simbolo stesso della leggerezza e dell’incostanza: la farfalla. Leggerezza sottile, simile a quella di uno spirito vagante il cui ruolo è quello di equilibrare e sostenere il mondo. “Come le farfalle si affrettano alla morte, così gli uomini corrono alla loro perdita” è scritto nella Bhagavad Gita. E certo l’artista a questo ha pensato, alla trasformazione, alla crisalide dell’uomo che contiene le potenzialità dell’essere, ma al tempo stesso anche alla sua vorace progettualità artistica che logora le forme una dopo l’altra, come la farfalla che si brucia le ali alla stessa fiamma attorno a cui vola. Questa volta, però, il “volo” corrisponde a quello dell’uomo, in questa fase impegnato nella ricerca dell’amore mistico e divino, e l’artista, ripetendo lo schema di un antico dialogo ininterrotto con la natura trova, nella struttura della farfalla, la sostanza di una natura immanente, cosmogonia, dinamica ed etica. L’associazione analogica fra la farfalla e l’universo che sottende al ciclo vitale come immagine, di tipo buddista, da raggiungere mediante la perfezione e l’illuminazione è data, a mio modo di vedere, nella sintesi formale dell’oggetto, la cui bellezza risalta nello schema di un disarmante minimalismo e nella vuotezza stessa della materia del vetro, proprio come quella della farfalla, ripete la semplicità e l’effimera vuotezza della vita. Sicché, in un certo senso, bluffando con la nullità l’arte tiene a bada lo stupore, nel processo generale di un’iniziazione che prelude ad un’esistenza seconda, terza e all’infinito. L’intelligenza intuitiva di Antonio consiste proprio in questo. Ribaltando la metafora della farfalla in quella convenzionale dell’arte, l’artista spezza una freccia, in tempi di crisi, a favore dell’arte, e tende a fare valere ogni sua supposta nullità come valore in grado di risaltare la sua stessa immortalità. Ma la farfalla (ossia la trasformazione), nell’era delle manipolazioni genetiche e elle riproduzioni tecnologiche, è anche ciò che si desidera di più, e sottolinea una normalità non più facilmente riconoscibile. Questo come leggerezza, come attrazione colorata di una sagoma bruciata nel contrasto dei tempi. Ma non è tutto, o almeno solo questo. Essa è anche la “farfallina”, la ghirlanda, l’apertura della corolla, della terra sulla quale cadono fiori e frutti. Infatti, nell’interpretazione delle ali del suo oggetto Antonio rappresenta il corpo della farfalla con un vuoto, un “niente” che è anche simbolo della cavità uterina e dell’amore fisico. Questo concetto viene gli viene dalla sua lunga frequentazione con il mondo e la filosofia degli antichi greci. È, infatti, lavorando attorno all’antro della Sibilla di Cuma, in Campania, e dal ricordo di certe installazioni che realizzava en plein air, quando cercava nelle profondità della terra un segno della madre terra che nello svolgimento del suo linguaggio tecnico e stilistico realizza l’idea della farfalla. La quale per l’etica giapponese è anche l’emblema della donna. In tal modo l’oggetto, così concepito, è anche collegato al corpo, e l’interstizio scavato fra le ali indaga i dettagli di una superficie di vetro che restituisce a distanza un contatto intimo, una sorta di concentrato levigato di luce che scorre veloce, come una farfalla. L’oggetto, allora, permette una reazione molteplice con chi guarda l’opera. Un’opera il cui bozzolo è fatto da una caverna che chiede di essere esplorata, come la cavità dell’oggetto rappresentato che è come un nido che invita ad accucciarsi nel suo interno. Ma è anche l’ironica espressione di un oggetto che non soddisfa alcun bisogno, tranne quello di una semplice esigenza decorativa, ottenuta peraltro con un magistrale senso del design e che potrebbe ben essere un giocattolo a parete. Bene, se così viene considerato esso ha raggiunto in pieno l’intento dell’artista, che, come del resto fa con tante sue opere, gioca da sempre sulla linea di confine data dall’ambiguità della riconoscibilità dell’oggetto e della sua “inutilità”. Ma proprio per questo il suo atteggiamento ludico provoca uno piazzamento che produce una sorta di work in progress, utile in vista di uno scambio, di una relazione di complicità tra l’oggetto e chi lo guarda. Dicevo del mondo greco. Tenace assertore di una novella poetica dell’arte impiantata sulla tradizione e sui valori della Magna Grecia, Antonio Pugliese elabora incessantemente in vista e in funzione di un linguaggio artistico contemporaneo che a quei valori fa riferimento. La Magna Grecia, per Antonio, è il punto in cui si riuniscono le acque del mediterraneo, le essenze, in definitiva, di tutte le Kouros contemporanee. Zeus, d’altra parte, è il più grande di tutte. Per lui niente è piccolo e niente è grande. Per lui, che è “il sovrano del fulgore umido”, il mondo è soltanto un’occasione per misurare la sua forma. Una forma che svela di continuo la seduzione avvolgente del desiderio. E che altro sono, queste farfalle di Zeus, se non l’abbagliante coralla della perfezione e del desiderio? Nella loro leggerezza soverchiante ognuna di esse disvela la prodigiosa virtù ellenica: quella di saper tendere alla metamorfosi pur rimanendo nell’esattezza ludica della matematica. Infatti, qui, in questo ciclo di farfalle, Antonio sperimenta, con la forza della realizzazione tecnica lo schema di un atteggiamento mentale rigoroso, di eccelsa potenza ed efficacia estetica che, pure nella continua trasformazione, come l’arte sua, mantiene la simmetria, che fu per i Greci uno dei corollari di perfezione e di equilibrio. Questa era la motivazione di fondo che lo ha mosso all’azione artistica. E queste, le farfalle, con tutto l’arredo del suo bagaglio linguistico sono il risultato magnifico cui l’artista è pervenuto, coniugando felicemente, peraltro, cultura greca e orientale, arte e design, passato e contemporaneità storica. Il tutto con un oggetto disincantato e ingenuo, rappresentativo di una disarmante giocosità. Gianfranco Labrosciano |
||||
|
|
|
|
|