Riccardo Lo Brutto

Le maschere di Ulisse


Riccardo Lo Brutto ha operato nel campo della scrittura visiva, e ha realizzato costruzioni incentrate attorno al libro come fatto di dispersione mnemonica e di rielaborazione del sapere.

Nel fatto visivo di una scrittura a-temporale l’artista disegnava la geografia di un caos originario che scardinando il testo lo recuperava come reinvenzione della parola.

Adesso, come se le quinte dello scenario caotico si fossero aperte su quelle di un teatro simbolico il cui segno assume gli aspetti di una codificazione duratura, la formula straniante del segno stesso, non più disgregante, predispone al contrario un dirottamento di significati, e il testo che li aggrega dispone una mentalità omologante che abbandona il primato precedente a vantaggio di una uniformità di senso.

L’Odissea di Omero è il libro, quello a partire dal quale il segno si istituzionalizza come possibilità dell’opera, che rinuncia, per così dire, al veduto e riscatta un sentito che mancava, come elemento sostanziale e di rappresentazione.

Il mondo greco accresce le potenzialità del segno, che, imprimendosi nel rapporto con la storia, anziché precario diventa energetico, veicolante di percorsi successivi, suscettibile di nuove applicazioni.

Sicché la scrittura sic et simpliciter è fuori dall’impostazione attuale dell’opera di Lo Brutto. Il suo è adesso un segno rivelatore di contenuto, e il riferimento è preciso, dogmatico addirittura, ed emerge come segno-coscienza di un superamento della lacerazione in funzione di attraversamento storico di una linea del sapere che invece di disperderlo lo storicizza.

Nel superamento di una scrittura segnica di grafismo concettuale, il segno di Riccardo Lo Brutto si fa grammatica, linguaggio, letteratura e teatro. È la celebrazione del teatro greco, specificato nell’opera con la maschera che troneggia e privilegia, metaforicamente, proprio il segno, che a sua volta diventa incisione di una poetica collettiva definita nel testo. È questo il senso della rappresentazione metaforica degli aèdi, cioè i cantori che diffondevano la storia degli eroi greci oralmente, girando da un luogo all’altro, e i cui racconti sarebbero confluiti poeticamente nei testi omerici.

E così il libro, per Riccardo Lo Brutto, non è più contenitore incompleto di scrittura, ma è fonte di memoria. Anziché uscire fuori dal testo mediante una poetica “altra” del segno e della forma, la parola coglie l’oggetto e lo disvela, materializza il senso della ricerca e riconduce alla perdita dell’oblio, alla propria identità e al presente.

È come se l’artista avesse atteso – ricercato – una situazione di pensiero che legittimasse la struttura, e in assenza della quale la scrittura stessa si era ridotta a lacerti di possibilità, frammenti e geroglifici in vista di una riunificazione, di un aggiustamento semantico, di un tesoro capace di attribuire senso a una parola dispersa e che non si configura più come prigione da scardinare, ma come crisalide, sorgente di luce che libera il canto, che si autoproclama e si dichiara scopertamente.

È il tempo dell’identità di chi ha scavato, tagliato, sminuzzato, sbrindellato la pagina della storia per ricercare la propria collocazione, e nel tempo dell’attesa ha dovuto perdersi e smarrirsi e smembrarsi e trascinare nella lacerazione una scrittura divenuta simbolo di precipitazione e di caduta. La memoria ha vigilato.

Nel labirinto del sapere la dispersione si è ricostruita, l’identità si è ricomposta, si è ricongiunta al seme, al principio del quale si era allontanata e per la quale si era de-costruita. Il segno stesso è divenuto fonte di memoria, dimensione, misura, luogo di una quotidianità ritrovata. È il tempo della coscienza, quello per cui l’essere disperso conquista la sua unità. L’oblio dell’essere coincide col dominio di un luogo il cui l’essere dell’essente rinvia a una condizione a-temporale e lo mantiene profondamente ancorato al tempo della vita: i frammenti dispersi si organizzano e il segno stesso è testimone di fissità e di assoluto. È il tempo dell’arte. L’avvenire di un presente successivo il cui rapporto col passato consiste nel fatto che l’uno recupera l’altro in un istante che lo contiene e lo preserva, come imprinting in vista di un futura che abbia senso.

Orbene, questo seme, questo luogo, questo imprinting, questo segno-forma rivelatore di significato e di contenuto è il testo, anzi, un testo, un libro in cui proprio il linguaggio rivela la più completa profondità del pensiero occidentale – l’Odissea di Omero – che così incomincia: “Musa, quell’uom di multiforme ingegno, dimmi, che molto errò…” e sottolinea anche un’erranza, un certo spostamento semantico, un movimento di un linguaggio non codificato, frammentato e ricomposto prima di diventare scrittura e testo.

Anche nel mondo greco c’è stato un tempo di attesa, durante il quale i frammenti si sono organizzati, ed è arrivato il tempo dell’identità, della consapevolezza e dell’arte.

Anziché una fuga, dunque, Riccardo Lo Brutto entra nel libro e vi dimora, anzi, manifesta la chiara volontà di posizionarsi nei percorsi della storia, di riprendere a navigare, come un novello Ulisse, nella triplice direzione del passato, del futuro e all’interno di sé stesso.

È una scelta di campo che giustifica la sua ricerca e al contempo lo compone come esponente di una cultura – anche artistica – che lo salvaguarda da tanti “ismi” e dalle facili seduzioni di un post-modern in chiara crisi epistemologica.

Dinnanzi alla crisi, anzi, Riccardo Lo Brutto alza il sipario della storia, e mediante un ribaltamento concettuale rispetto alla sua stessa opera, mostra le quinte di un teatro che non finisce di stupire: il mondo greco.

Si configura, per questa via, un modello di riferimento inteso come recupero e riscatto dell’Uomo attuato con la pratica fattività dell’arte contemporanea, troppo evidentemente in stasi e incapace di suggerire tracciati per nuovi cammini.

In questo senso, concettualmente, il mondo greco penetra l’arte concettuale di Riccardo Lo Brutto e la permea di sé, infondendo in essa la linfa giusta per nuovi risultati formali ed estetici.

A cominciare dalla scrittura, che non è più magma primordiale di segni, ma struttura modulare che riveste i caratteri della cosiddetta lineare B, ossia il linguaggio greco arcaico quale si insinuò a Knosso perché importato dai cretesi. Con la lineare B – evidente referente della scrittura – è supposta l’identità dei micenei con i greci. La questione è controversa. Romane oscura la problematica dei predecessori dei greci, tuttavia la testimonianza più duratura di questi popoli è proprio nel campo linguistico. E sta di fatto che i greci hanno assunto tali caratteri e con essi hanno formulato vocaboli fondamentali per lo sviluppo successivo dell’intera civiltà occidentale. Così la materia mitica viene a costituire la trasposizione poetica di situazioni storiche, e il miracoloso fiorire della poesia accompagnerà lo svolgersi della tradizione mitica del popolo ellenico. Orbene, la massima testimonianza di tutto ciò è la poesia omerica.

Gli eroi Greci si muovono nell’ambiente cretese-miceneo del secondo millennio a.C., quando già i documenti di scrittura sillabica usata dai Micenei chiariscono, per dirla come Schachemeyer, che “i palazzi micenei erano già governati più dallo stile dello scriba che dalla spada” Le tradizioni orali procedettero fino all’VIII-VII sec. A.C., epoca della compilazione definitiva del poema. In quei secoli di mezzo, oscuri, nel così detto “medioevo greco” il mondo omerico fu amministrato senza la scrittura; sicché, molti secoli dopo, Goethe poté brindare, a proposito della questione omerica, “all’uomo che, liberandoci dalla paura di Omero, ha chiamato anche noi su una più ampia via… Essere omeride, anche l’ultimo è bello, anche se in seguito si ricredette e dovette propendere per un unico Omero.

Fu la poesia creativa, in altri termini, il linguaggio arcaico e personale degli aèdi che improvvisavano ma che si avvalevano di formule prestabilite poggianti sulla memoria, che consentì l’elaborazione dello stile, l’aggiornamento del gusto in relazione ai tempi che mutavano, il raffinamento delle contraddizioni, fino a permettere l’episodio della stesura definitiva. Ma quando ciò avvenne la memoria era già decaduta e si era disposta nella concezione generale del poema, nello stile di un testo che avrebbe segnato la linea di demarcazione fra il passato e il presente, la nascita di una nuova era.

Ecco, in sintesi, perché compaiono nell’opera di Lo Brutto la lineare B e la rappresentazione degli Omeridi, perché mediante l’una e gli altri fu gettato nell’età della barbarie un ponte che significò un nuovo inizio, e perché, come sostiene Helmut Berve: “Ogni volta che un popolo deve arrivare a una civiltà realmente indipendente, dovrà un giorno abbandonare tutto ciò che nei suoi primi tempi ha perso… e ritornare alla radici della sua natura, anche se esse non si sono affatto sviluppate”.

L’evidente metafora, usata da Riccardo Lo brutto in riferimento ai nostri tempi, traccia il distinguo tra ciò che l’artista afferma e ciò che rappresenta realmente, ma, come un autore della cronaca, proclama la poetica di un nuovo programma di attualità artistica, un programma che gli consente di recuperare, sul piano storico e dialettico, un’identità culturale e territoriale e di elaborare un nuovo linguaggio estetico e formale per nuovi inizi e in vista di successive conquiste.

Ora, la stesura dei poemi omerici coincide, secondo autorevoli opinioni, con la fondazione di Cuma, di Siracusa, di Sibari, di Taranto e di Crotone, ciò che farà in modo di considerare vera e propria Grecia gran parte della Sicilia e dell’Italia meridionale.

Tanto basta a capire l’approdo del viaggio nel tempo di Riccardo Lo brutto e la prospettiva “trasferita” della sua scrittura nell’atmosfera del mondo greco. Dalla reale natura fragile e precaria del segno a un’atmosfera di autentica creatività. Dal clima artificiale di una scrittura visiva in pressione reale di sfiducia, al testo come fenomeno concreto di disseminazione di linguaggio creativo, in uno stato incessante di flusso e di mutazione.

Se la scrittura visiva di Lo Brutto privilegia il simulacro e la superficie, negando la storia, nella fase attuale, la sua opera porta la scrittura nella storia, in una prospettiva del sapere come coscienza che si riproduce.

Di qui l’apparizione del segno come addio all’assenza e il recupero di un linguaggio forte, incastrato, come un gesto che assembla, nel visibile trasparente di una scrittura non più incommensurabile, non più simulacro e finzione, ma capace di rendere l’arte credibile e creare grande risonanza metaforica.

Il segno stesso della scrittura, adesso, denota la volontà dell’artista di risolvere in orizzonte speculativo più ampio, i limiti angusti del piacere trasgressivo e della promiscuità della locuzione precedente.

Nel netto scavalcamento delle posizioni antecedenti la scrittura si riappropria dei suoi codici e dei suoi significati, latenti o semplicemente rimossi, e rinvia anzi alla verbalizzazione.

Una semiosi razionale, dunque, un mutamento ad substantiam, nel senso proprio del contrario e dell’opposto, ma altrettanto consequenziale e logico.

E in questo senso, fuori orma da una scrittura astorica, oggettivamente straniante, Riccardo Lo Brutto spiega Omero con Omero (F. Codino, Introduzione a Omero, Einaudi 1990), ossia, “ricostruisce il significato delle parole sulla base del solo testo senza presupporre altro”. La frase, che pare uscire dalla bocca delle maschere-omeridi, e, cristallizzandosi nel libro assume la configurazione precisa dell’Odissea, mette a fuoco un brano determinato e coglie, attraverso la parola, il significato. È la parola, adesso, non più il segno, che reimposta la scrittura invece di parafrasarla, e offre il destro per lo spunto esteriore.

Ma perché l’Odissea, e perché Ulisse non l’eroe della menzogna?

L’arte non è menzogna. È, come direbbe Adorno, magia liberata dalla menzogna di essere verità. È produzione di un servizio etico.

L’etica non ne rimane staccata, il mondo greco, di cui Lo Brutto è testimone, è rivelatore di una soglia di verità perduta, e cioè che l’estetica senza etica è un non-senso, e che solo l’etica può riportare l’attività artistica nell’unico luogo per cui si è messa in movimento, la vita interiore.

Le maschere di Riccardo Lo Brutto, allora, sono le maschere di Ulisse, di questo cavaliere errante che ritorna a viaggia con i suoi sogni, le sue speranze, la sua fantasia, e va ancora alla ricerca della sua identità a partire dall’infanzia.

Perché “l’infanzia in fondo è la fantasia. È la fantasia dei popoli.

Di quei popoli che non dimenticano e che chiedono memoria oltre la storia, raccontandosi la fiaba di un sogno mai perduto che resiste alla cronaca e si fa mito… la fantasia, la memoria, il destino, il viaggio sono lo specchio in cui si riflette l’anima o il mito, in cui si riflette la durata del segno. Il segno allora non è più indefinibile. È l’anima in cui si proclama il regno del mistero e le voci del tempo sono la lenta memoria che deposita sul fiume dell’attesa i piccoli ricordi che lungo il viaggio si ricomporranno” (P. Bruni, le maschere di Ulisse, Pellegrini 1992).

Gianfranco Labrosciano