Claudio Cinitiempo

"Il Flauto Magico"


Claudio Cinitiempo in Galleria

Che un giovane pittore si rivolga, nel crogiolo delle esperienze intersecatesi attorno all’arte moderna, alla più immateriale delle arti, la musica, è già questo un fatto rilevante.

Se poi l’oggetto della rappresentazione pittorica è il Flauto Magico di Mozart, cioè una delle più grandi creazioni dello spirito nel cammino di conoscenza umana, è facile intuire che lo sforzo, il tentativo personale di rendere di un pizzico in più accessibile l’opera di un uomo la cui grandezza non è misurabile, è di per sé testimonianza di un artista che riflette seriamente sulla specifica essenza dell’arte.

Per cui la volontà di avvicinamento a Mozart di Claudio Cinitiempo sottolinea la sua “condizione d’artista”, concetto peraltro inseguito e affermato come criterio determinante proprio dal maestro viennese.

Tentativo, dicevo, quello di Claudio Cinitiempo, destinato -come tutti gli altri d’altronde -solamente- a scorgere i confini di una conoscenza potenziale, data l’immensità dell’opera in questione, ma sicuramente traducibile in esperienza artistica unica e irripetibile, suscettibile di sviluppi futuri e di arricchimento.

Nel Flauto Magico Mozart fa vibrare l’elemento infantile in tutta la sua disarmante semplicità; fa risuonare il tema della madre primigenia (la Regina della notte) e quello del conflitto del matriarcato arcaico contro il mondo degli uomini; permea tutta l’opera di un’etica divina a partire dal rapporto uomo-donna (Pamina e Papageno); afferma l’ideale della fratellanza umana in chiave da molti ritenuta massonica, e comunque risolvendo in musica, meravigliosamente, la difficile parola “umanità”; canta il mito di Orfeo (Tamino che disdegna l’amata); misura il principio negativo del dolore che si trasforma in malvagità e perfidia (Regina della notte – Monostatos), e quello positivo dell’amore iniziatico (Pamina); tocca, con echi musicali che paiono venire da lontano, i complessi temi dell’esotico; perviene alla rappresentazione di un dramma mistico, con la caratterizzazione musicale di un personaggio “cattivo” che invece è buono (Sarastro), per attribuirgli un destino umano e una proprio vita.

Sono solo alcuni degli elementi di una verità tematica che per essere fruita è suscettibile di un’addizione teorica praticamente all’infinito.

Tale è, a voler essere estremamente riduttivi, la portata del Flauto Magico.

Forse risulterà più chiaro, adesso, l’impegno profuso da Claudio Cinitiempo, perché il problema di fondo nell’affrontare quest’opera misteriosa di Mozart è sempre lo stesso: la responsabilità dell’interpretazione.

L’artista ha inseguito il “labirinto” del Flauto Magico per più di tre anni; ha letto i testi di Pietro Citati, Giorgio Strehler e Massimo Mila; ne ha parlato a lungo con gli amici. Ma soprattutto si è affidato con responsabilità, nel seguire il progetto di trasposizione dell’opera in rappresentazione pittorica, alla sua capacità di immaginazione e alla sua volontà di immaginare.

Così i “piani costruttivi” che si intersecano nell’opera sono svolti sulla superficie pittorica, e, come questi, grazie all’immaginazione , sono risolti in una dimensione da “favola” infantile, metafisica e simbolica. I ritmi pittorici, le rappresentazioni e le stesse tonalità seguono quelle musicali dell’opera, sicché l’artista tende a superare la staticità della pittura in un dinamismo che segue i ritmi del procedimento squisitamente musicale e della sua capacità di “racconto”, attraverso il movimento e la successione di immagini realizzati a scalare sui diversi piani dello spazio bidimensionale della tela. Sembra di seguire lezioni indimenticate dell’avanguardia artistica, come quelle di un Eggeling, di un Richter, di un Ruttmann o di un Fischinger a proposito della “musica visiva”, cioè dell’uso della musica come elemento formale e parallelo capace di produrre una sequenza di immagini che genera una diversa realtà esterna. Per cui l’elemento ritmico e narrativo dell’opera di Cinitiempo si intreccia con quello musicale e teatrale dell’opera di Mozart in una compenetrazione simbiotica contenutistica e formale, così come per il genio ogni parola del libretto da musicare si presentò subito con le sue possibilità d’interpretazione.

E in effetti la padronanza assoluta degli strumenti di lavoro del maestro non è sfuggita al giovane artista, che ha affrontato quest’opera “avventura-conquista” con una tecnica mista efficace e rivelatrice dei suoi già notevoli mezzi espressivi.

Sul piano più prettamente estetico l’opera di Cinitiempo è concepita all’incrocio tra la modernità e il passato.

Viene in risalto una capacità astrattiva nella composizione delle forme e un trattamento della materia sulla quale il segno è tracciato in maniera incisiva, e testimonia di una maturata esperienza semantica e di un autonomo linguaggio espressivo. Nella scomposizione dei piani le immagini rievocano le atmosfere incantate di Chagall, trovate come sono più nella purezza del cuore che nella costruzione della razionalità, ed echi di Mirò si avvertono nell’opera, che esalta l’umorismo, l’esuberanza, la vitalità e la gaiezza. Un’opra, infine, nella quale anche il Cubismo è rivisitato in chiave strutturale e di composizione plastica.

Direi, per concludere, che il merito maggiore di Claudio Cinitiempo, comunque si consideri la sua interpretazione pittorica, è di averci costretto a soggiornare all’interno di una dimensione che sollecita in noi una sorta di rincorsa nella quale più nessun ostacolo frena l’immaginazione. Questa dimensione è Wolfang Amadeus Mozart, e l’opera di Cinitiempo non può che destare ammirazione e rispetto.

D’altra parte nessuno conobbe più di Mozart il trionfo e il fallimento, l’adulazione e l’odio, l’ammirazione e il disprezzo.

Gianfranco Labrosciano


Claudio Cinitiempo in Galleria