Ulisse, l’arte e la coscienza infelice


“ Narran che Ulisse / stanco di prodigi / pianse d’amore nel vedere Itaca, / verde e umile …”. Così Borges in una sua celebre poesia.

Il poeta non identifica Ulisse con l’arte, ma con Itaca, e aggiunge che scorgendo l’isola l’eroe piange. Ovvero, la coscienza infelice della sua individualità, unica e sola, si duplica nel sogno di una verde eternità: non altro che un simbolo, ma fra i più potenti dati all’uomo per superarsi. E questo, indubbiamente, è anche l’arte.

Io non so quale sia la realtà sconosciuta che si nasconde dietro le apparenze dell’arte, ma seguendo e inseguendo infiniti labirinti la mia parola si è stupita nell’urto e nello scontro, nell’incontro e nell’abbraccio con quella cosa “inutile” che è l’arte e che non è lo slancio, il lancio verso l’alto dall’immenso serbatoio della vita.

Ma, nel mio lungo commercio con l’atre, come direbbe Borges a proposito della luna, ho esplorato questo continente misterioso per ritrovarmi sempre e solo davanti all’uomo, non nell’arte. e se mi è capitato di vederla non so dove la vidi primamente, come direbbe il poeta. Se nei cieli sventrati di un Turner o nei rivoli dorati di Tiziano, negli intricati reticoli informali o nelle alchemiche sculture di Mimmo Paladino. Ma sempre la mia coscienza ha sussultato, la quintessenza lacerata della mia povera coscienza infelice.

E adesso che dimoro nelle universalità speculative e rendo conto, come critico, davanti a un tribunale impersonale dell’azione trascendente dello spirito che si sostanzia nella girandola semantica dell’arte, e che davanti a un’opera d’arte cerco le parole per adattare la finzione della vita alla realtà di un manufatto dell’uomo, penso veramente che Ulisse come simbolo dell’arte sia il campione della coscienza infelice, che tuttavia trova in essa la sublimazione necessaria e la giustificazione della sua essenza.

Ulisse come tendenza alla creatività è finito, schiacciato dalle macerie del secolo della crisi ha esaurito il corso del suo libero percorso.

Simbolo di una colpevolezza inespiata, ha reciso i legami con l’umano e ha preteso di superare il bene e il male, di andare oltre il principio di conoscenza, ma si è discreditato e il suo complesso è quello proprio della vita intellettuale.

Dal più alto livello è piombato nel pensiero ingannevole, contro il quale si era rivoltato. Artefice e mediatore della lotta dell’umanità non può che registrare la sua sconfitta. Desideri repressi, illusioni perdute, giorni che non ritorneranno più..

Tutto è morto, irrimediabilmente sepolto sotto le coltri della storia, e l’occhio della conoscenza non riflette neanche un raggio di sole.

Custode della verità, della giustizia e della civiltà, Ulisse non può esistere nel contemporaneo trionfo dell’estetica sull’etica. L’idolo dell’immagine ha oscurato la sua immagine e quello della forma il concetto: Ulisse, adesso è un comune mortale fra chierici e paladini che intercedono fra la terra e il cielo. Le sue facoltà, prima al servizio della verità, si sono oscurate. Oscurate le ragioni che lo giustificavano. Ribelle per antonomasia a ogni forma di ordine, è diventato simbolo e causa di disordine. Ha lottato contro le regole ma è diventato vittima non della sua lotta, ma della sua impotenza.

L’arte che produce, adesso, è una teoria linguistica gratuita senza referente esterno, e, alla ricerca della coscienza è approdato al compromesso. Travolto dalla passione, e fuori dall’autonomia della ragion, l’emozione è divenuta spinta verso il potere e non verso l’assoluto.

C’è un “altro” Ulisse, allora, da costruire. Quello che saprà duplicarsi davvero nella sua coscienza infelice e trovare nuove modalità per affrancarsi da essa.

A cominciare dall’arte, per rintracciare una morale nuova contro l’Orrore e costruire concretamente una nuova metafisica che contrasti e non avalli la violenza dei tempi.

L’arte ha un valore morale. Il suo fine non è stabilire ciò che è bello e ciò che è brutto, ma ciò che è bene e ciò che è male. Il bello, in fondo, è ciò che è giusto, il male ciò che non è morale.

E allora come può l’arte, come può il novello Ulisse recuperare il suo ruolo?

A cominciare dalla vita. Una vita che sia espressione di libertà autentica e senza catene, non una vita malata, come quella di questo tempo ammalato.

Da tempo ammalato, da una vita ammalata non può nascere che un’arte degenerata. L’arte è gnosi e condotta morale.

Ma in un mondo in decomposizione, che distrugge i valori etici, non può che venire la disintegrazione di qualsiasi parametro estetico, poiché ciò che attira l’arte e trova le forme estetiche superiori è il fuoco etico, le cui scintille non brillano più.

Gianfranco Labrosciano