Tempo dell’arte e tempo della politica |
||||
|
L’argomento è teso a intrecciare la ragioni, apparentemente in antitesi, fra il “tempo della politica” e il “tempo dell’arte”. Non si tratta, com’è ovvio, di affermare una pretesa superiorità dell’arte sulla politica, ma, se mai, di spezzare una lancia, in tempi di crisi, a favore della politica, nel senso di ridare a essa quella credibilità e quella fiducia che ha perduto in termini di partecipazione e di consenso popolare. Non si tratta di affermare un’antitesi di natura intellettuale, ma di dirimere una controversia: quella fra èlite politica ed èlite artistica. La classe politica ha perduto il suo carattere di èlite, cioè di classe preposta all’orientamento e al governo del popolo, essendosi sfaldate le spinte populiste che consentivano la guida e il mantenimento sociale delle masse. L’organizzazione della società, anche per l’effetto dell’innovazione tecnologica, dei mezzi di comunicazione, a causa della stessa civiltà postmoderna, insomma, è profondamente mutata. Più che di masse è opportuno parlare di società delle corporazioni, ognuna delle quali ha una sua èlite. Orbene, la politica, nella sua alta e nobile accezione, se intende recuperare il suo ruolo, cioè quello per il quale può risorgere quel dovere alla partecipazione che è presupposto indispensabile alla crescita civile e sociale, deve essere èlite delle varie èlite sociali, che, provenienti dal popolo, possono riconoscersi in quella suprema forma di èlite organizzata per il soddisfacimento dei bisogni collettivi che è la politica. Ma a questo fine è necessario che la politica sia meno corporativista, meno populista, nel senso tolstoiano del termine, e più rivolta al popolo nella sua sostanza. In altri termini deve considerare, o ri-considerare, quali sono le esigenze del popolo e non di singoli componenti di esso, di singole parti, e rimodellare la sua attività a partire dalla ricostruzione di un concetto di popolo, culturale e ideale, che la spinta della società presente ha smembrato. In altri termini bisogna ricostruire l’unità del popolo, al servizio e per il servizio della quale la politica può di nuovo assolvere alla funzione di èlite. Ma per ricostruire l’unità del popolo bisogna ricercare l’identità, la propria origine, il processo evolutivo della propria storia. Ora, è indubbio che la genesi del processo dialettico che ha generato le moderne democrazie è il pensiero greco, quello poggiante sui concetti aristotelici dell’uomo come animale politico, platonici del bene, di giustizia, diritto, equità, etc. solo così, solo ricostruendo un modello ideale di politica, può essere recuperata la funzione sociale della politica. Ma questo a condizione che le altre èlite della società instaurino con i rappresentanti politici un dinamismo propulsivo e un dialogo tali da farli andare verso un nuovo e più equilibrato assetto della politica. E’ questo il senso dell’espressione “tempo dell’arte”, nel senso che gli artisti, come èlite di una corporazione di intellettuali, e come gruppo omogeneo di una coscienza pensante di un dato territorio in un dato momento storico, per la forza di attrazione di cui dispongono, possono stabilire un intreccio dialettico con la politica in direzione di una sua evoluzione qualitativa verso l’alto. L’arte, insomma, che non ha smesso di funzionare – come si vedrà nel progetto della mostra “Lo sguardo di Ulisse” – come termometro qualitativo dei valori di un popolo, s’inserisce nel “tempo della politica”, che è governo del contingente. Ma arte e politica determinano questo tempo di “transizione” attuale, in cui entrambe smontano i meccanismi sociali e li ricompongono per la nascita di un uomo nuovo, intessuto di storia ma proiettato nel futuro, verso le ragioni dell’umanità, che scorre nel flusso interminabile della storia. Lo sguardo di Ulisse è il titolo di una mostra – corollario del convegno, che ha per oggetto la riflessione etica/estetica. La coppia etica/estetica può essere rivolta in un comportamento – messaggio solo qualora si riconosca che il cammino dell’essere conduce al valore spirituale. Quando un soggetto creativo scopre una norma espressiva, e la propone in cambiamento di stile, sottolineando una nuova visione del momento, quando, in altri termini, l’opera scaturisce dall’uniformarsi del pensiero artistico alla norma – intesa come insieme di precetti formali e di comportamenti pratici – che il soggetto adatta in piena libertà, allora esiste un’etichetta dell’estetica, nel senso che il prodotto estetico è il risultato della norma di comportamento adottata. Viene in evidenza, pur questa via, il mondo greco; e, segnatamente l’attività e la proposta di un movimento artistico denominato “Ulisse”, teorizzato da chi scrive e sorto a Lamezia Terme, nel 1995, mediante la fattiva adesione del “Centro Angelo Savelli”, alla luce del suo significato nella cultura contemporanea. Ovviamente il mondo greco da esplorare non può essere una costrizione, poiché ciò che conta non è l’imitazione dei Greci, che toccò al Rinascimento, ma l’emulazione del pensiero greco in vista del suo superamento. Non si tratta di affermare una cultura dell’identificazione, ma della differenza, poiché “noi” non siamo affatto i Greci, e i Greci sono “altri” rispetto a noi. Occorre, se mai, riappropriarsi della cultura greca e confrontarla con la nostra. Prendiamo, per esempio, il concetto di bello naturale su un piano ideale, cioè assumendo come criterio l’idea che la natura potesse essere rappresentata in ragione di una bellezza superiore a quella che manifesta nella realtà, e la scultura fu il mezzo per evidenziare il bello naturale basato sull’orine, la proporzione e la misura. In altri termini il concetto di natura si trovò ad indicare la relazione fondamentale tra l’uomo e l’essere. Resta da vedere quanto di questa relazione si sia conservato e quanto si sia modificato, o, peggio ancora, sia andato distrutto. Oggi la natura è esausta, langue, e l’industria tecnologica, grazie ai prodotti derivati, si sostituisce a essa. In altri termini manipola l’essere intimo che in essa si nasconde, come direbbe Eraclito (“la natura ama nascondersi”). E’ un processo lungo, cominciato da Aristotele con la sua teoria scientifica del controllo e dominio sulla natura, e durato fino ai nostri giorni, fino alla sperimentazione dei prodotti di sintesi grazie ai quali la natura è diventata quella particolare operazione di laboratorio capace di produrre il necessario e garantire la sopravvivenza del genere. ma la sopravvivenza non è la libera esistenza, né l’armonia, né l’equilibrio biologico dell’uomo nel ritmo cangiante e uniforme delle stagioni. Incrinato per sempre il rapporto dell’uomo con la natura, è intaccato il suo rapporto con l’essere. Ma la natura è solo uno dei tanti concetti che “il novello Ulisse” rielabora. E si riparte, in tal modo, dal Mito e dall’utopia di Ulisse. Se il modello greco si presenta come un’utopia non più realizzabile, tuttavia è proprio attraverso il carattere utopico che offre a Ulisse una via da seguire, una possibile risposta alternativa, una via per il futuro. L’utopia presuppone la critica e il progetto. Critica di giudizio sullo stato attuale delle cose e progetto non immediatamente realizzabile, ma perseguito come fine, nell’agire della vita pratica, e perciò stesso suscettibile di modificare i comportamenti e dar luogo a eventi concreti. Ma nel rapporto fra l’utopia e il tempo, il confine fra l’irrealizzabile e l’attuabile e dato dal tempo futuro “un tempo con cui anche l’irrealizzabile deve commisurarsi”. E dunque la risposta alla domanda del futuro si presenta come la forma utopica del pensiero contemporaneo, di cui la politica è, comunque, l’espressione più tangibile e concreta. Altra cosa è lo sguardo di Ulisse, che costituisce l’oggetto e il titolo della rassegna artistica vera e propria. Gianfranco Labrosciano |
||||