L'altro ponte |
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C’è un altro ponte sullo stretto di Messina. Stabile e leggero, resistente a tutte le correnti perché poggia sui pilastri indistruttibili del tempo e della storia. E’ il ponte dei Greci, che corre tra Sibari e Selinunte, tra Crotone e Agrigento, tra Locri e Siracusa, sul quale l’ombra di uomini che si chiamano Pitagora ed Empedocle si allunga fino alla contemporaneità storica. E’ il ponte dei Normanni, che si distende lungo lo scenario della storia incastonata nelle pietre preziose della Stauroteca di Cosenza e della corona imperiale di Federico, a Palermo. E’ lo stesso, corposo ponte che si protende fra Taverna e Noto, sull’onda lunga di un barocco sensuale attraversato dalle sciabole di colore di un Mattia Preti e di un Pietro Novelli, e sostenuto, ieri come oggi, dalle colonne antiche di quella cosa “inutile” che è l’arte, questa astratta nozione che non è reale se non in quanto è una dimensione della coscienza capace di dilatarne la durata e di identificarsi col principio dell’evoluzione creatrice e che non è che lo slancio, il lancio verso l’alto dall’immenso serbatoio della vita. E’ il ponte degli Arabi, che da Palermo a Misilmeri e fino a Stilo, ad Amantea e a Scalea lo percorsero per ampliare la conoscenza e il sapere dell’intero Occidente. E’ il ponte dei monaci brasiliani, che, provenienti dall’Oriente e praticando per secoli un ascetismo tanto rigoroso quanto era stata implacabile la lotta contro l’iconoclastìa, costituirono le basi perché la Calabria e la Sicilia scrivessero, nei successivi fogli di un Codex purpureus, a Rossano, o traducendo Platone, una delle pagine più gloriose dell’intera cultura occidentale: la seconda ellenizzazione. E’ il ponte di un artigianato artistico inarrivabile che corre dai pupi e i carretti siciliani fino ai liutai di Bisognano e a Gerardo Sacco, Crotone. E’ il ponte dei parchi naturali, da quello del Pollino fino a quello dei Nebrodi, che da Castrovillari a Lauria va fino a Bronte e Randazzo in una sostanziale uniformità di impianti urbanistici e mondi vegetali e animali. E’ il ponte antropologico, che risveglia la memoria di una comune identità di matrice materiale negli etnoreperti conservati nei musei di Godrano o di Morano Calabro. E’ lo stesso ponte dell’arte contemporanea, con la quale a Tusa si qualifica il territorio e a Diamante si ridisegna l’impianto urbano, e grazie al quale a Montedoro o a Lamezia Terme viene superata quella “pozzanghera di Narciso” che resiste negli stereotipi culturali del Sud. E’ il ponte della poesia, sul quale aleggia la musica di un verso, quello di Omero, che attraversa il mare in una brezza incantata che è come l’andare e il tornare del tempo. Lo sciagurato progetto del ponte, se venisse realizzato, procurerebbe uno dei danni più incurabili allo spirito umano perché si attaccherebbe alla radice la Poesia, nel senso più alto della parola, la stessa che per millenni ha costituito l’humus di un ambiente che è fra i più belli e affascinanti del mondo e che nessuno ha il diritto di rovinare. Nessuna ragione politica o economica che sia, può distruggere l’incanto di un luogo che è inanzitutto dello Spirito, poiché senza di esso alla barbarie dei tempi si unirebbe altra barbarie, disordine e caos. Sistema del potere industriale, dei traffici internazionali, quella dell’uomo parcellizzato, robotica, portatrice di valori politici generalizzanti e superficiali, è come Sparta, che per sopravvivere occupò Atene. Ma non riuscì a vincere. Ciò che sopravvisse, che anzi sopravanzò il potere di Sparta, e di molti secoli, fu Atene, perché seppe opporre all’arroganza la temperanza, alla forza fisica quella del pensiero, alla violenza e alla brutalità la bellezza e l’arte, alla potenza militare quella del verso, all’abuso del potere la poesia. Più che un ponte di ferro e di cemento, allora, vero e proprio serpente tecnologico di una civiltà che devasta e consuma, emblema di un mondo regolato dalle leggi dell’obsolescenza e della velocità che non consentono che vengono creati oggetti che resistono al deterioramento oltre un certo tempo, occorre riqualificare “l’altro” ponte, quello sul quale ancora siamo saldamente attaccati, e vedere di percorrerlo, o ripercorrerlo, insieme per superare quella “marginalità della socievolezza” cui una marca arrembante di banalità politica, locale e di governo nazionale, ha relegato la Calabria e la Sicilia. Lo sviluppo del Sud – del Sud d’Italia, dell’Europa e del mondo – non passa per la velocità, che è caratteristica del Nord – Nord d’Italia, dell’Europa e del mondo – ma per la lentezza, intesa come affermazione di valori “altri” e come legame segreto con la memoria, laddove invece il legame con la velocità è l’oblio. Per cui il progetto del ponte sullo stretto di Messina è il paradigma vero della condizione politica e culturale delle genti del Sud, perché è attorno a esso che si avvita, adesso, il nodo strutturale di una cultura autoctona che rischia di essere spazzata via per sempre, e che invece se anche semplicemente evocata vale come voce dell’alternativa e della differenza. Si tratta di pensare a percorsi alternativi, tutto qui. Per esempio, anziché spendere migliaia di miliardi per lo stretto di Messina, perché non mettere mano seriamente al recupero storico ed edilizio dei tanti, tantissimi paesi della Calabria e della Sicilia che sono oggettivamente brutti, devastati sul piano urbanistico e fatiscenti sul piano dei monumenti culturali? Certo, il ponte può essere realizzato più velocemente. Basta spendere i soldi (che ci sono) in acciaio, ferro e cemento. Eppure il ponte è il simbolo di una volontà che muove i popoli al viaggio. Ergo, alla conoscenza. Anche i Greci viaggiarono, attraverso lo stretto e sono giunti fino a noi su un ponte ideale che ancora tocca le sponde di Scilla e Cariddi. Questo perché ogni viaggio è il frutto di una volontà che lo muove, e la volontà implica una scelta di posizionarsi di fronte al mondo e alla storia. Gianfranco Labrosciano |
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