Pino Pingitore privilegia il confineCatanzaro, 23.03.2006 |
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Perlustra e circoscrive lo spazio virtuale nel quale il riguardante, dopo la frantumazione di ciò che ricorda e che si vede, si scolla e si straccia, regredisce nell’antiforma, per così dire, in un tableau vivant che è materia del suo pensiero e si trasforma egli stesso in “scena”, in una immersione di globalità e libertà totalizzante. Si tratta di un’arte che elimina lo schermo del reale e che conduce alla specificità di un’azione che, riducendo la mimesi a ruolo secondario esalta l’azione intuitiva che tende alla “decultura”, ovvero alla regressione dell’immagine allo stadio preiconografico in cui i nuclei focali risultano essere, alla fine, l’idea e la coscienza. Solo quel drappo resiste, si direbbe, alla grossezza enfatica della vita. Unico elemento di conoscenza concreta dell’autore che si adatta a un insieme di possibili eventi che sfuggono al contingente in una zona neutra, direi di immensificazione percettiva, realizzata non più mediante la corporeità, ma per il tramite del sogno, del desiderio e, alla fine, della fantasia, che è l’unica capace di superare l’esperienza. Un’arte concettuale, dunque, che per quanto di stampo figurativo attiene alla dimensione mentale e si traduce in un agire libero, che dissolve la mimesi in un atto propulsivo di libertà i cui nuclei focali risultano l’idea e la coscienza. Sicché il riguardante sollevando il “velo” entra nel mistero, nel rimbalzo dialettico tra consumo immediato dell’evento estetico e passaggio diretto nell’idea, nell’energia vitale e dialettica di un manufatto che è come un veicolo di attivazione psicofisica verso un’altra realtà, che, simile a quella dell’arte, non è che lo slancio, il lancio verso l’alto dall’immenso serbatoio della vita. E forse questo è quel drappo, unico e solo, che sperimenta ed esprime, anzitutto, una condizione di fisicità. Ossia la condizione di base della vita, oltre la quale le sovrastrutture si traducono, il più delle volte, in mere proiezioni. Il drappo, allora, è esso stesso la quintessenza della proiezione, il velo oltre il quale si materializzano le correlazioni esistenziali e da sembianza specifica a una certa rappresentazione di confine che non è superflua, ma essenziale, poiché corrisponde alla sostanza dei nostri sogni. Tutto questo in virtù di un potente virtuosismo pittorico, come se l’artista, dopo le passate stagioni, fosse approdato ai confini di un campo operativo in cui la pittura urge e preme come una reazione e una corretta progettazione di futuro. Si tratta sempre di un atteggiamento della mente, come se si trattasse di un’architettura del pensiero fatta di chi opera in concreto, al fine di recuperare una positività forse smarrita, a cominciare da una seria indagine sulla legittimità dei linguaggi dell’arte, che non può prescindere da quello della pittura nel senso più tradizionale del termine, fuori da ogni snobismo culturale, da ogni moda effimera e passeggera e da ogni imperdonabile avventura. E tanto basti, per il momento, a dichiarare almeno lo scopo di questa produzione estetica, la quale, se non è priva del momento extrapittorico, è perché Pino Pingitore , da quel vecchio grafico che è, non può fare a meno, anche nell’ambiguità, di estrarre una struttura logica, un senso da anteporre a ogni operazione e che sia in grado di giungere sempre e comunque a quella sua fissa, immutabile, perenne esigenza di costruttività. Gianfranco Labrosciano |
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