L’Uomo, l’Artista, il Critico, l’AntropologoCastel di Tusa (ME), Fiumara d'Arte |
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Pratiche Sparse di Francesco CarboneIl senso del comportamento culturale di Francesco Carbone ed il suo valore di prospettiva intellettuale, non possono essere colti se non a partire dal termine di attività intesa come una serie successiva di operazioni delle mente atte ad un continuo spostamento semantico della realtà allo scopo di attribuire ad essa il significato di un mondo nuovo che trova dire nei rapporti con le cose, nel suo prodursi, nella catena consequenziale degli eventi. A partire da un tale assunto è possibile, forse, cogliere di un’attività che si configura come il pensiero, di una struttura oggettiva comprensiva di variegati atteggiamenti della attività umana. Sorge così, all’orizzonte di un apparente labirinto, il campo di indagine che circoscrive i venti territori sui quali Francesco Carbone ha operato ed opera: quella sorte di antropologia strutturale volta ad accertare, mediante l’analisi delle attività umane e l’espressione delle strutture mentali, l’esistenza di leggi formali di tipo universale. Sicchè il motore che ha mosso le corda tesa nella direzione costante del sapere, è stata l’analisi e la ricerca delle norme logiche con cui il pensiero organizza l’esperienza e conferisce ad essa nuovi significati. Certo, tali norme funzionano anche ad un livello inconscio, ma l’obbiettivo rimane immutato: recintare i territori del sapere e rivelare una necessità permanente dello spirito che appare determinato persino nei suoi limiti. E’ lo strutturalismo, ossia quella scienza che abbracciando la psicologia, la logica e la filosofia, procede nella triplice analisi posta dalle relazioni fra l’individuo e il gruppo: quella sociale, politica ed economica. E a Francesco Carbone, appassionato indagatore delle scienze dell’uomo, grazie al quale il territorio considerato con metodo strutturale è assunto a sistema significante di leggi immanenti ed universali. Questo è il contesto nel quale occorre indagare. La condotta di un fatto intellettuale indipendente ed autonomo, che alla fine afferma una ideologia non subordinata dell’intellettuale attraverso la scelta e la critica di una certa concezione che conserva l’unità ideologica dell’intera compagine sociale. E l’egemonia derivata all’intellettuale da tale atteggiamento culturale ne fa una figura di primo piano, direi con funzioni d’avanguardia nell’intero ceto intellettuale siciliano dal dopoguerra ai nostri giorni. Conseguentemente, la scoperta di leggi operanti ad un livello profondo e con l’effetto di rivelare i meccanismi e le modalità operative di un dato territorio e in un dato momento storico ha prodotto la volontà di un’osservazione empirica che manifestasse concretamente un sistema di manifestazioni definite. E ciò ha portato alla nascita e allo sviluppo del museo “Godranopoli” . E’ importante sottolineare, quindi, che Francesco Carbone ha tradotto i sistemi considerati nel suo proprio sistema e mettendo a nudo, scarnificando una rete di relazioni comuni ha legato il carattere e la storia della sua regione, la Sicilia, alla contemporaneità storica e allo Zeitgeist, lo Spirito del Tempo. Orbene, il campo di indagine di Francesco Carbone è l’antropologia, intesa, secondo Levi Strass, come “contributo ad una migliore conoscenza del pensiero oggettivato e dei suoi meccanismi”. Ma si è trattato, giusta l’impostazione del De Saussurre, di un “indagine estensiva della stessa nozione di struttura rivolta alla diffusione della funzione interdisciplinare del metodo”. In tal modo l’oggetto considerato non è stato “isolato”, ma organizzato in forma sintattica con altri oggetti per rivelare una struttura indipendente dal senso comune capace di generare nuove produzioni di senso. Ciò spiegherebbe, tra l’altro, perché Francesco Carbone abbia arricchito fin dall’inizio il filone “culturalogico” della sua indagine, estendendola di volta in volta al linguaggio della scienza, e giungendo a privilegiare l’arte come dinamica culturale ed affettiva dell’essere umano che determina, anche inconsciamente, l’azione dell’individuo e della storia. Una volta scoperte le funzioni di quell’animale simbolico che è l’uomo, la coerenza dello studioso- funzione culturale si è messa in rapporto con altre funzioni. E’ questo il carattere dell’antropologo Francesco Carbone: nell’area indagata non ha trovato i “fatti”, ma le relazioni, non ha cercato le entità ma le funzioni, non ha inseguito le astrazioni, ma le istituzioni che “significano “ nelle interazioni di una complessità di dati altrimenti insignificanti e senza prospettive. Tuttavia non si può ricondurre una simile ricerca considerata all’esclusivo sistema dell’antropologia funzionalista. Pur avendo indagato il significato delle strutture che sottendono la vita dell’area considerata mediante lo studio delle funzioni e delle relazione tra i “fatti”, Francesco Carbone ha privilegiato la dialettica filosofica epistemologica di un’antropologia strutturale volta alla definizione di un sistema universale e formale in cui i fenomeni spiegano in relazione all’appartenenza ad una classe che li include tutti significandolo nella definizione dei principi logici ed universali. In altri termini, identificandosi nello strutturalismo come epistemologia formalista, Francesco Carbone ha riaffermato la prospettiva teorica di chi , come Levi Strauss, evidenzia i presupposti ontologici, le strutture profonde e psicologiche delle relazioni e delle funzioni di un universalità che sottende alle regole ed ai comportamenti. E il fatto che la sua indagine, a un certo punto della sua evoluzione scientifica, si sia spostata da Godrano a tutta la Sicilia mediante l’organizzazione di un campo d’azione apparentemente irrazionale come quello dell’arte, dimostra che avendo avuto l’obiettivo di cogliere, fra le funzioni, una purezza formale , di per sé archetipica e primaria, il traguardo da raggiungere non era tanto, o solamente, la conoscenza di una realtà storica e concreta, ma l’ “essenziale” logica dell’uomo e la logicità di ogni attività umana. E qui, a mio avviso, è il punto di maggiore rilevanza dell’azione di Carbone. Mentre Levi Strauss si è rivolto all’arbitrario più irrazionale dell’attività umana, la produzione mitica, Carbone si è rivolto all’arbitrario più irrazionale dell’attività dello spirito, la produzione artistica, esasperando lo stesso formalismo strutturale in una definizione ontologica desunta nel passaggio, nella sua proiezione direi, da un piano empirico a quello metafisico. Questo è il risulatato più alto della prospettiva intellettuale tracciata da Francesco Carbone, il cui metodo, se non è tutto identificabile nella prospettiva levistraussiana dell’unico tipo di sapere logico matematico, è rivolto piuttosto all’identificazione di una forma Forma Fluens eterna e di immutabile rispetto alla quale le cosiddette “strutture elementari” soggiacciono tutte a sitemi più complessi, fino addirittura al più complesso di tutti, la vita stessa. Francesco Carbone, dunque, un uomo strutturale, come direbbe Roland Barthes, che ha continuato a lubrificare gli ingranaggi di quella “macchina” umana intesa a procedere instancabilmente alla creazione del senso. In fondo, nel felice “slittamento” operato da Carbone dall’etnologia dell’arte, si è trattata pur sempre di sintassi, della ricerca formale e di continuità, di unità la cui appartenenza o dipendenza a vincoli regolari, generano una forma, l’opera d’arte appunto, che forse è possibile strappare al caso. Ma l’artista, il critico militante, lo scrittore, il poeta, l’antropologo sono segmenti da congiungere in quella funzione si Homo Significans che è stato Francesco Carbone, e la poetica che ne è derivata mette in piena luce una forma di intellettuale dalla quale, in Sicilia come altrove, non si può prescindere, rivelando nel contempo lo straordinario bisogno di una con testualità umana, sociale, culturale e artistica tra le più significative del nostro tempo. Gianfranco Labrosciano |
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