Dell'Arte e del suo significato |
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Ignoro quale sia la realtà sconosciuta che si nasconde dietro le apparenze del mondo, ma seguendo o inseguendo infiniti labirinti la mia parola, che ha fame di esistenza, nell’arduo tentativo di adattare la finzione della vita alla realtà di un manufatto dell’uomo, si è stupita nell’urto e nello scontro, nell’incontro e nell’abbraccio con quella cosa “inutile” che è l’arte, questa astratta nozione che non è reale se non in quanto è una dimensione della coscienza, capace di dilatarne la durata fino ad identificarsi col principio di evoluzione vitale e che non è che lo slancio, il lancio verso l’alto dell’immenso serbatoio della vita. Non ha nulla a che vedere con la volontà di potenza, niente a che fare con la volontà di successo, perché chi insegue il successo spesso ha paura della propria solitudine. E’ soltanto il tentativo di aprire pieghe segrete dell’anima che si sono chiuse e che posso essere guarite solo dalla vita, una vita che sia espressione vera di un’esigenza di libertà e che pur nella forma paradossale e utopistica dell’arte afferma un valore assoluto e segna una meta al cammino dello spirito. E’ la vita che presenta problematiche sempre diverse e ferite che bisogna schiudere, e l’arte scaturisce sempre dalla vita. E’ una figura concettuale il cui contenuto, la materia, l’energia palpitante, sono i segni evidenti della “carne della vita, che è pietra e sballo. E’ pietra perché come la vita è profonda, ineludibile e inalterabile, e questo è il senso della sua universalità. E’ sballo perché è il fatto eroico di porsi come resistenza, come capovolgimento, come reazione di non accettazione alla condivisione imposta dalla dimensione del mondo, perché se l’uomo non resiste di fronte al mondo non è l’uomo del mondo ed è fuori dalla presenza della sua carne: l’arte,che è l’opera di un uomo che è piombato in questo mondo come se fosse caduto per una prova altissima di esperienza, di salvezza, e do orgoglio, e di gloria e di morte. Ecco, da questo grosso attrito nasce l’arte, e le singole opere non sono che stigmate di un’individualità legata al mondo, perché al di fuori di questa concretezza, di questo legame, c’è il vuoto o, al limite, il rigore dell’utopia. In questo legame, invece, col mondo intero, la coscienza viva di una dilacerazione interiore si proietta attraverso un’intuizione geniale, nell’universo, come organizzazione del molteplice in quella trama più o meno salda, più o meno efficace che è l’opera. Ma proprio questa proiezione fuori di sé e dell’essenza interiore introduce il fattore illusorio e negativo dell’arte; perché con essa l’uomo opera un’alienazione di sé da se stesso e la trasferisce in una irrealtà distinta da quella in cui vive. Orbene questa irrealtà è tanto più concreta, tanto più necessaria, quanto più è il luogo nel quale le ferite si lavano e l’uomo è liberato dal peso che la sua esistenza gli pone. Ed ecco che come per incanto si aprono gli spazi di bibliche verità, asserite o supposte, perché anche il Dio delle religioni, se vogliamo, è trascendenza dell’essenza umana, o le quinte di scenari di una commedia infinita che ripete con Shakespeare: noi siamo della materia in cui sono fatti i sogni e fa dire a George Louis Borge s, lo scrittore la cui mente non ha confini perché totalmente abbandonata alla fantasia, che è l’unica che può superare l’esperienza, che poi questo qualcuno sia il Dio dei popoli , o Schopenhauer, questo non ha importanza. L’importante è, ai fini del nostro discorso che anche l’uomo, la vita stessa, è una creazione estetica. Non meraviglia, dunque, quel “luogo di realtà illusoria” che è così reale come una pietra, profondo e ineludibile. Per esempio, quando andate al cinema, di che cosa godete, se non di un luogo di realtà illusoria insieme a tutti gli altri che guardano lo stesso film? Perché,vedendo un film, si partecipa di quella “irrealtà” come se fosse una realtà più intensa? Perché l’uomo fugge dalla propria esistenza insoddisfacente verso una più ricca e completa. Aspira ad essere più che se stesso. Non si contenta di essere soltanto un individuo e tende a un’interezza e a una pienezza di vita di cui l’individualità con i suoi limiti lo defrauda. Non vuole consumazioni nella sua finitezza, e nella sua tensione all’integrazione si rende conto che è più che un singolo, più che un individuo, si scopre un frammento e un’individualità incompiuta che può integrarsi solo facendo proprio l’esperienza di altri, ma che potenzialmente potrebbe essere cosa sua. L’arte è un mezzo di questa fusione del singolo con la totalità, e della sua infinita socializzazione. Gianfranco Labrosciano |
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