Francesco Carbone. Struttura e Senso della Ricerca

Passpartout, 15 Febbraio 2000

Il senso del comportamento culturale di Francesco Carbone e il suo valore di prospettiva intellettuale non possono essere colti se non a partire dal termine di “attività” intesa come una serie successiva di operazioni della mente atte a un continuo spostamento semantico della realtà allo scopo di attribuire a essa il significato di un mondo nuovo che trova dire nei rapporti con le cose, nel suo prodursi, nella catena consequenziale degli eventi.

A partire da un tale assunto è possibile, forse, cogliere il nocciolo di un’attività che si configura come il pensiero di una struttura oggettiva comprensiva dei variegati atteggiamenti dell’attività umana.

Sorge così, all’orizzonte di un apparente labirinto, il campo d’indagine che circoscrive eventi territoriali sui quali Francesco Carbone ha operato: quella sorta di antropologia strutturale volta ad accertare, mediante l’analisi delle attività umane e l’espressione delle strutture mentali, l’esistenza di leggi formali di tipo universale. Sicché il motore che ha mosso la corda tesa nella direzione del sapere, è stata l’analisi e la ricerca delle forme logiche con cui il pensiero organizza l’esperienza e conferisce a essa nuovi significati. Certo, tali norme funzionano anche a un livello inconscio, ma l’obiettivo rimane immutato: recintare i territori del sapere e rivelare una necessità permanente dello spirito che appare determinato persino nei suoi miti. È lo strutturalismo, ossia quella scienza che abbracciando la psicologia, la logica e la filosofia procede nella triplice analisi posta dalle relazioni sociali, politiche ed economiche, fra l’individuo e il gruppo.

A Francesco Carbone, appassionato indagatore delle scienze dell’uomo, va riconosciuto il merito, in Sicilia, di un intervento complesso grazie al quale il territorio considerato con metodo strutturale è assurto a sistema significante di leggi immanenti e universali. Questo è il contesto nel quale occorre indagare. La condotta di un fatto intellettuale indipendente e autonomo, che alla fine afferma un’ideologia non subordinata dell’intellettuale attraverso la scelta e la critica di una certa concezione che conserva l’unità ideologica dell’intera compagine sociale.

E l’egemonia derivata all’intellettuale da tale atteggiamento culturale ne fa una figura di primo piano, direi con funzioni di avanguardia, dell’intero ceto intellettuale siciliano dal dopoguerra ai nostri giorni.

Conseguentemente, la scoperta di leggi operanti a un livello profondo, e con l’effetto di rivelare i meccanismi e le modalità operative di un dato territorio e in un dato momento storico, ha prodotto la volontà di un’osservazione empirica che esprimesse concretamente un sistema di manifestazioni definito.

E ciò ha portato alla nascita e allo sviluppo del museo.

È importante sottolineare, quindi, che Francesco Carbone ha tradotto i sistemi considerati nel suo proprio sistema, e mettendo a nudo, scarnificando una rete di relazioni comuni ha legato il carattere della Regione alla contemporaneità e allo zeitgeist, lo spirito del tempo.

Il campo di indagine di Francesco, lo abbiamo detto, è stata l’antropologia, intesa, secondo Levi Strass, come “contributo a una migliore conoscenza del pensiero oggettivato e dei suoi meccanismi”. Ma si è trattato, l’impostazione del De Saussure, di “un’indagine estensiva della stessa nozione di struttura rivolta alla diffusione della funzione interdisciplinare del metodo”.

In tal modo l’oggetto considerato non è stato “isolato”, ma organizzato in forma sintattica con altri oggetti per rivelare una struttura indipendente dal senso comune capace di generare nuove produzioni di senso. Ciò spiegherebbe tra l’altro perché Francesco abbia arricchito fin dall’inizio il filone “culturalogico” della sua indagine, stendendola e giungendo a privilegiare l’arte come dinamica culturale ed affettiva dell’essere umano che determina, anche inconsciamente, l’azione dell’individuo e della storia. Una volta scoperte le funzioni di quell’animale simbolico che è l’uomo, la coerenza dello studioso funzione-culturale si è messa in rapporto con le altre funzioni. È questo il carattere dell’antropologo: nell’area indagata non ha trovato i fatti, ma le relazioni, non ha cercato le identità ma le funzioni, non ha inseguito le astrazioni, ma le istituzioni che “significano” nelle interazioni di una complessità di dati altrimenti insignificanti e senza prospettive.

Tuttavia non si può ricondurre una simile ricerca all’esclusivo sistema dell’antropologia funzionalistica. Pur avendo indagato il significato delle strutture che sottendono la vita dell’area considerata mediante lo studio delle funzioni e delle relazioni tra i “fatti”, Francesco ha privilegiato la dialettica filosofica epistemologica di un’antropologia strutturale volta alla definizione di un sistema formale i cui fenomeni si spiegano in relazione all’appartenenza ad una classe che li include tutti, significandoli nella definizione dei principi logici ed universali.

In altri termini, identificandosi nello strutturalismo come epistemologia formalista, Francesco ha riaffermato la prospettiva teorica di chi, come Levi Strass, evidenziava i presupposti ontologici, le strutture profonde e psicologiche delle relazioni e delle funzioni di una universalità che sottende alle regole e ai comportamenti. E il fatto che la sua indagine a un certo punto della sua evoluzione scientifica si sia spostata da Godrano a tutta la Sicilia, mediante l’organizzazione di un campo di azione apparentemente irrazionale come quello dell’arte, dimostra che avendo avuto l’obiettivo di cogliere fra le funzioni una purezza formale di per sé archetipa e primaria, il traguardo da raggiungere non era tanto, o solamente, la conoscenza di una realtà storica e concreta, ma la “essenziale” logica dell’uomo e la logicità di ogni attività umana.

E qui, a mio avviso, è il punto di maggiore rilevanza nell’azione di Francesco.

Mentre Levi Strass si è rivolto all’arbitrario più irrazionale dell’attività umana, la produzione mitica, Francesco si è rivolto all’arbitrario più irrazionale dell’attività dello spirito, la produzione artistica, esasperando lo stesso formalismo strutturale in una definizione ontologica desunta nel passaggio, nella sua proiezione, direi, da un piano empirico a uno metafisico.

Questo è il risultato più alto della prospettiva intellettuale tracciata da Francesco, il cui metodo, se non è del tutto identificabile nella prospettiva levistraussiana dell’unico tipo di sapere logico matematico, è rivolto piuttosto all’identificazione di una Forma Fluens eterna e immutabile rispetto alla quale le c.d. “Strutture elementari” soggiacciono tutte a sistemi più complessi, fino addirittura al più complesso di tutti, la vita stessa.

Gianfranco Labrosciano