Gino VenerusoNapoli, 28 Aprile 2005 |
Gino in Galleria | |||
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Le opere di Gino Veneruso pur dimorando nei territori di sconfinamento della pittura sono portatrici di una valenza retinica in cui l’immagine, spesso monocolore, è densa di riferimenti percettivi in forza dei quali il colore diviene emanazione di uno spazio interno con forte sollecitazione psicologica. Sviluppano la percezione visiva di una radicale elementarità la cui esperienza, per una cifra di pienezza coloristica severa e fibrillante, si perde, o percorre, o attraversa i limiti della percettibilità, e si fanno rivelatori di una leggerezza e di un’ambiguità disarmante che, come fossero microspie di un segno precario, divengono oggetti estetici che testimoniano della vuotezza, della aleatorietà insensibile del quotidiano e, alla fine, della labile e incerta concretezza. Ogni opera è un corpo ibrido, né soggetto né pittura, ma un pregnante artificio in cui l’unica cosa reale sembra l’autenticità dell’effimero, il tentativo di conferire un senso alla luce e alla materia formando degli universi criptici su un fondo monocromo accattivante, immerso in una luminosità cromatica intensa e cristallina. La luminosità cromatica, di forte matrice mediterranea, e la sintesi di plasticità delle opere, ognuna delle quali è un luogo immaginario inondato da una chiara luce spersonalizzante, creano un’atmosfera di sospensione e distacco dalla stessa materialità fisica, in cui prevale piuttosto la presenza emotiva di una componente onirica che non si può scorgere, e ogni opera, a ben vedere, è un paesaggio interiore rispetto alla realtà fenomenica che la circonda. Tuttavia, pur essendo segno di assoluta anonimità ogni opera testimonia di una volontà costruttiva asettica e vuota, come lo spazio che corre tra l’immagine e il vetro - anch’esso fragile elemento di trasparente purezza - idoneo a costituire un non-spazio, un non-luogo, secondo la definizione di Augé, ma proprio per questo adatto ad attribuire alla realtà circostante il carattere di una diffusa omogeneità. Sicché l’opera pare un oggetto che naviga nello spazio in una dialettica costruttiva che lo esplora e lo circoscrive, irradiandolo di una solarità simbolica che lo definisce in modo altamente lirico. Ed è appunto la circolarità nello spazio, dato dall’apporto purista di una composizione incentrata sull’incontro tra coordinate spaziali ed elementi cromatici, che conferisce a questi oggetti estetici la qualità di una levità astratta isolata, riproducibile solo dall’interno di un’ esperienza azzerata, di sapore squisitamente minimale e in una dimensione plastica, di architettura razionalistica in cui la pianta è come un interno che muta nelle sue sezioni elementari di vuoti e di pieni, con le regole ludiche affidate ai materiali, alla luminosità, alla trasparenza del colore, al quadrato, al rettangolo e via dicendo. Da qui la vitalità dell’opera di Gino Veneruso, che segue una linea modernista e concettuale contemporanea nel passaggio arte-design-decorazione riproponendo un punto di partenza, per tanti versi, delle avanguardie plastico-architettoniche europee. E da qui, come si evince dal catalogo di questa mostra, la sua particolare funzione di decorazione di interni e di ambienti in cui il design trionfa come mezzo di comunicazione differenziato. Una proposta, quest’ultima, che sollecita a mio avviso la verità sull’opera di Gino. Una semplice vacuità, un niente vestito a festa che illustra, illumina, carica e arricchisce il contesto in cui è inserita. Come le autentiche opere d’arte. Gianfranco Labrosciano |
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Di tutti gli artisti che ho incontrato Gino è il più mediterraneo. Le sue opere sono lo specchio di una condizione territoriale incantata che rimanda a una sorta di idilliaca purezza, primigenia e incontaminata, come fossero un luogo che sorge a metà strada fra lo stupore dei sensi e la meraviglia di una realtà sognante e idilliaca. La tecnica è quella dell’assemblaggio dei materiali più eterogenei, ma l’effetto è quello della realizzazione di un manufatto leggero e misterioso mediante il quale scompone e rende astratta la realtà alla quale si ispira, che è, di volta in volta, il mare, le luci, un paesaggio immerso nel verde o nel tramonto, in una parola il colore del Mediterraneo, con tutte le sue valenze tattili e direi quasi epidermiche. Su tutto direi che emerge, per come “ arravoglia “ e impriglia la materia, manipolandola e rendendola duttile come una materia plasmabile a suo piacimento, quella napoletanità di cui pare intrisa la sua vena artistica e la sua fervente immaginazione, che si esprime con un colore che è sballo, limpida sorgente di innocente follia e purezza ancestrale, quasi primigenia e infantile poesia, musica e canto. E questo è Napoli, con la sua esuberante passione e la sua vitalità, la sua carica erotica e carnale, la sua forza magmatica ed emozionale, tutti caratteri che paiono sprigionare ed esplodere con travolgente euforia dalle opere di Gino e che ne fanno una espressione artistica del tutto originale e libera. Dopo un percorso sofferto e straniante, Gino perviene all’arte in questa forma di altissimo contenuto estetico e formale, quasi senza essere transitato per i normali circuiti del figurativo o dell’apprendistato comune, ma la verità è che è artista da sempre, avendo accumulato e depositato silenzi, emozioni e soprattutto tecnica che adesso gli consentono di esprimersi per come lo vediamo. La sua, alla fine, è una straripante esigenza di astrazione, come se tutta la realtà si risolvesse in uno slancio, un lancio verso l’alto dall’immenso serbatoio della vita. Maria Campolo |
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