Giusto Sucato

Montalto Uffugo (CS), Agosto 2002

Giusto in Galleria

La musa inquietante


Quando con un gesto, un batter di ciglia, un movimento appena percettibile dell'anca, una smorfia o una prodezza delle labbra, una provocazione tanto erotica quanto segreta o celata nell'indistinto mormorio dell'abitudine, la musa inquietante trasmette l’essenza di un'altra vita, con tono deciso ti dice; O tempo, o morte, andiamo! Andiamo via dalla polvere, sulle ali d’argento volerà il nostro canto!

E' quello l'istante, un solo istante di eternità.

Un trauma destinato all'oblio che all’improvviso squarcia il velo e ci introduce, fuori dall’alchemico laboratorio del corpo, nella stanza smisurata dell’anima.

Certo, un gesto del genere non è concepibile senza una dedizione appassionata, e senza un altro gesto di qualcuno capace di memorizzare il tempo immemorabile e metterlo in funzione, calarlo nel quadrante della nostra vita e bloccarlo nel circolo veloce dei nostri giorni, dei mesi e degli anni.

E certo per sopravvivere alla morte la musa inquietante consegna al futuro il turbamento terribile, il fascino inquietante, il dono e la condanna, il segno e il cenno della sua irrimediabile gestualità.

Lentamente, ma inesorabilmente, testimonia la sua intenzione di farsi riconoscere per sempre.

Che cos’è l’amore se non lo stupore di fronte al gesto di una musa inquietante che ci conduce alla ricerca di sempre, iniziata magari in un’altra vita, per trovare l'anima che stavamo cercando? L’essenza intima di noi?

Nel gesto di una musa inquietante una trama di coincidenze opera a favore dell’immortalità, ma nell'inganno della sua identità la matassa della realtà, della vita quotidiana, dipanandosi, ingarbuglia quella cosa complicata che siamo, numerosa e una.

Per questo la musa inquietante è artefice anche di menzogna.

Como l’arte, essa inganna dicendo la verità, che è un’invisibile essenza di eternità.

Per cogliere la quale occorre isolarla, sottrarla alla profusione degli sguardi distratti e conservarla al fondamento stesso dello sguardo.

E che cos’è, questa musa di Giusto Sucato, questa donna che continuamente si trasforma, attivo la fuggevole attenzione e fugge, corre con un capriccio della bocca, fugge con una piega delle labbra carnose, un ammiccare degli occhi di gatta e un provocante sorriso?

Solamente un collage, una tecnica sofisticata per svelare il segreto di quel supremo artificio che l'arte, ovvero, come la musa inquietante, la volontà di ingannare dicendo semplicemente la verità?

È, invero , qualcosa di più che un collage, qualcosa di più che un bricolage, più che una romantica promiscuità.

Forse è l’estrma metafora dell’avventura, di un viaggio (quello dell’artista) o una sequenza di immagini che assembla il Tempo, una donna che non assomiglia a nessun’altra donna. Forse si tratta di una sola persona, quella che è dentro di lui, oppure di una sola, profonda appendice della sua vita d’artista, l’immortalità.

Certo è un simulacro quello che Giusto ci propone. Come se una squadra di sguastatori si fosse messa in azione, manovrando confusamente i meccanismi di una giostra, per una strategia davvero astuta, muovere alla conquista di un territorio ancora sconosciuto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Con ampi gesti la musa inquietante frantuma il reale.

Giusto lo ricompone nella fantasia.

O nel cuore.

Giudicate voi.

Gianfranco Labrosciano