Mimmo Sancineto

Cosenza, 13-19 Luglio 1991

Lo spazio Aperto


L’impasto corposo e la freschezza cromatica della tavolozza di Mimmo Sancineto, intrisa di una luce riverberata e immersa in una precisa regolamentazione della dialettica spazio-superficie, costituisce il linguaggio pittorico di questo artista, per il quale la forma viene dischiusa dalla materia, che la libera in una dimensione spontanea capace metamorfosarsi e rinnovarsi.

Dalla materia scaturiscono gli accordi di colore, di toni, di ombre e di luci che creano una sorta di spazio aperto e continuo in cui vibra un movimento reale e mentale. E’ un’opera in cui la concretezza e la massa degli impasti si affermano sui puri valori astratti , sottraendo la pittura al dominio dello spirito, e perviene all’azzeramento del limite differenziale fra figuratività e astrazione in un informale che è cominciamento ambiguo e amplificante per il superamento del limite medesimo.

C’è il gusto del dipingere e del plasmare contesti o frammenti di un universo virtualmente infinito e circoscritto nello spazio bidimensionale, in una smemorata “visione” di una visibilità; c’è un ritmo di pieni e di vuoti che conferisce alla materia la realtà di una concertata assenza di immagini precostituite ma che diventa luogo di immagini successive e concatenate; c’è, nello scalare dei diversi piani e scansioni, una linea sottile e imprendibile che evoca quella di certi orizzonti irreali, inesistenti e impossibili.

Il gusto di plasmare la materia si traspone nell’opera scultorea di Sancineto, vigorosa e impositiva, sempre mirata ad una concreta visione dello spazio.

Di natura impressionista, ancorata al reale, l’opera si fa “gridata” e sofferta, e le figure, dai tratti alterati, rendono, plasticamente, il senso di una drammaticità diffusa e collettiva.

E’ il caso della serie, bellissima, dei Drogati, dalle forme corpose e ripiegate in dettagli ciclopici, stravolti e travagliati da un male che li devasta e li consuma. O il caso, ancora più struggente del cavallo morente, in cui l’articolata invenzione della forma, strutturata nel gioco curvilineo e rettilineo degli elementi, dà phatos all’animale, che sembra sublimarsi in uno spirito urlante, infernale e inquietante; ne risulta un grido che si squama in un’invocazione disperata, come se fosse un’impennata d’orgoglio in una sequenza mortale. E’ un’opera, questa, di rara efficacia espressiva, che richiama alla mente, all’incontrario, il corso dell’opera di Marino Marini. In quella c’è un percorso di assottigliamento plastico fino alla trasparenza, in questa un procedimento di sovrapposizione della materia fino all’esasperazione. Ma è comune il senso della tragedia imminente e ineluttabile.

Direi, per concludere, che nell’opera pittorica di Mimmo Sancineto c’è una ventata di freschezza e un afflato di vita ribaltati su un piano fantastico, in quella scultorea la fredda razionalità di una dimensione angosciosa, oggettiva e immutabile.

Gianfranco Labrosciano