Antonio Pugliese

Lamezia Terme (CZ), Centro "Angelo Savelli", Dicembre 1996

Antonio in Galleria

Da Ulisse a Chirac con amore e rimpianto


Con una superba reazione estetica, di matrice concettuale, Antonio Pugliese in un’opera plasticamente compatta, geometrica, sintetizza l’incontestabile rapporto uomo-natura nello spazio immateriale della storia.

E’ l’eroica corrispondenza poetica di uno stile pittorico-plastico con l’assunto di una realtà che si riassetta nel “suo” spazio, che alita attorno all’immagine con la stessa energia con cui l’artista dispone la materia e la sostanza che pulsa, che vibra di un sentimento di forza tendente all’edonismo, è il patrimonio dell’uomo di oggi e di ieri, la relazione tra uomo e ambiente, tra uomo e natura e tra uomo e società.

Nella forma nitida, saettante, in cui non c’è traccia di casualità o di improvvisazione, fatta di toni puri e decisi, c’è un ritmo melodico, sottile e intimo come l’andante movimento del tempo, dell’onda di mare, e il risultato è un razionale, maturo sentimento della natura che si riequilibria solo per l’azione delle forze intellettuali e dialettiche che l’artista impegna nell’opera, il mondo greco e quello contemporaneo.

Sicché il senso di religiosa sincerità dell’opera, dedicata alla realizzazione di una sintesi concettuale di stringente attualità, pur astraendo dal riferimento naturalistico, contiene l’emozione di una forma che si organizza nello spazio libero di un concetto, come repertorio di immagini che ruotano attorno a una sorta di “storia della natura” in un serrato confronto tra il pensiero mitico del “bello naturale” greco e i segni fondanti della nostra civiltà: la forza, il progresso, la distruzione e la brutalità. Il titolo dell’opera riattualizza in maniera decisa la cultura e il pensiero artistico greco, e colloca Antonio Pugliese nel novero di un movimento artistico denominato”Ulisse” appunto, sorto in Calabria e in Sicilia e tendente a sostituire, alle immagini visionarie di una ricerca sempre più sclerotica, quelle della mente, scaturite dalla ragione e in ragione di conoscenze della realtà delle cose.

Quanto alla forma , l’imitazione dell’arte Greca da parte di Antonio Pugliese è di natura concettuale. E questo è giusto. E’ giusto che dal modello greco debba essere imitato anzitutto il “modo” in cui l’arte penetra nella civiltà e nel pensiero divenendo il simbolo per eccellenza della società.

Orbene, l’arte greca non è a posteriori, e non è il risultato di un fare successivo alle forme assunte della società, ma è pensata (ergo, attività della mente come elaborazione di un concetto di conoscenze e di costruzione del reale) in funzione della società, ovvero in funzione di una struttura sociale che doveva manifestare, attraverso i simboli dell’arte, i contenuti e i valori della sua cultura. In altri termini fu una tappa fondamentale dello spirito umano in cui lo zeitgeist seppe fondersi con la cultura di un popolo, quello greco, appunto, che manifestò nell’arte la sua spinta vitale.

Da qui lo sforzo analitico di Antonio Pugliese, che è dato da tentativo di oggettivare la cultura contemporanea intorno alla natura divenendone la sintesi, l’espressione formale, cogliendo lo zeitgeist, cioè lo Spirito del Tempo.

Attenzione. Con quest’opera l’artista non afferma una cultura dell’identificazione, ma della differenza, poiché se è vero che occorre che occorre riappropriarsi della cultura greca, è altrettanto necessaria confrontarla con la nostra.

Questo è il senso dell’opera “Da Ulisse a Chirac, con amore e rimpianto”.

Il concetto greco della natura qui è esplorato, ma alla luce del suo significato nella cultura contemporanea, per espungere ciò che di negativo si è prodotto e per intendere come l’uomo moderno si sia fermato nel processo di derivazione e di trasformazione.

Se i greci ebbero la loro “bellezza”, cioè seppero crearla, è perché furono un popolo libero, politicamente libero, e affidarono all’arte il compito di sprigionare il canto della loro libertà. Elaborando un concetto di bello naturale su un piano ideale, cioè assumendo come concetto l’idea che la natura potesse essere rappresentata in ragione di una bellezza superiore a quella che manifesta la realtà.In altri termini il concetto di natura si trovò ad indicare la relazione fondamentale tra l’uomo e l’essere.

Resta da vedere quanto di questa relazione si sia conservato e quanto si sia modificato, o, peggio ancora, sia andato distrutto nella nostra civiltà tecnologica.

La natura, nel mondo greco, è la verità dell’essere, l’esistenza intima delle cose, laddove, nella nostra epoca, è sistema, organizzazione tecno-politica atta a produrre rendimento, oppure sostituita dall’ eco-tecnologia ecologica. La nostra epoca ha estinto il concetto classico, tradizionale della natura, e ha fatto sorgere quello di una funzione tecnologica sulla natura in relazione al controllo e alla sorveglianza, tanto che al posto dei prodotti naturali si trovano gli artefatti tecnologici, i prodotti ecologici, dati al minor prezzo possibile in vista del più alto rendimento. Tutto ciò perché la natura è esausta, langue (il mare, nell’opera di Pugliese, è rappresentato in basso, nella modulazione di una cupa superficie triste, e l’onda che l’avviluppa è quella alta della nostra aggressività sulla natura) e l’industria tecnologica si sostituisce ad essa. In altri termini manipola l’essere intimo che in essa si nasconde, come direbbe Eraclito ( “la natura ama nascondersi”). E’ un processo lungo, comunicato da Aristotele con la sua teoria scientifica dell’essere in movimento, proseguito con Cartesio e la teoria di controllo e dominio sulla natura, e durato fino ai nostri giorni, fino alla sperimentazione dei prodotti di sintesi grazie ai quali la natura è diventata un affare di laboratorio.

Ma la sopravvivenza non è libera esistenza , né equilibrio biologico dell’uomo nel ritmo cangiante e uniforme delle stagioni. Incrinato per sempre (Chirac e gli esperimenti atomici della Francia in mare aperto) il rapporto dell’uomo con la natura è seriamente intaccato il suo rapporto con l’essere.

La natura, allora, non è più un concetto univoco. Nella nostra concezione è duplice. Da una parte sopravvive il ricordo, la nostalgia di un’epoca in cui essa era il principio della nascita, della vita e della morte, “l’esistenza intrinseca delle cose provviste, in sé e per sé, del principio del loro momento”, dall’altra si fa strada la consapevolezza che essa sia soltanto l’anti-natura, ossia tutto ciò che si oppone al libero movimento dell’essere.

Ma qui è la chiave di volta per intendere l’opera di Pugliese . Un’opera che, anche dal punto di vista formale, si equilibra per effetto di una presa d’atto, di una consapevolezza della perdita, dello smarrimento della natura e avvicina l’artista, giusta la considerazione di Patrice Loraoux, alla cultura e ai predicati greci intorno alla natura. L’artista, uomo contemporaneo, interviene, riconoscendo efficacia e validità all’essere naturale consumato dall’uso, e sostituendo all’illimitato tecnologico il principio e la misura delle cose.

Ed ecco il punto. Nella sua azione senza limiti il sistema tecnologico ha schiacciato l’ordine tutto. E allora? Allora occorre, a sua volta, inventare un processo che sostituisca la tecnologia sostitutiva della natura. E poiché la tecnologia è un prodotto dell’uomo, occorre “inventare” un altro uomo.

Questo è l’amore di Pugliese per Ulisse, l’uomo greco, e questo è il suo rimpianto per ciò che l’uomo contemporaneo è diventato.

Ma la risposta dell’artista è serena , inconfutabile, e l’opera coglie l’atteggiamento dell’uomo. Si tratta di un ritorno alla natura, tramite l’arte, di un uomo in una posa antica, di antico stupore di fronte allo spettacolo della natura, per creare, o ricreare, “en plen aire”, come direbbero gli impressionisti, se stesso. Nella ricerca del bello, e dinanzi alla natura intesa come totalità, come principio motore di tutte le cose, l’artista uomo può ricongiungersi all’essere, a ciò che è indivisibile e ancora intatto dentro di sé e ritrovare l’uomo che ha perduto. Non si tratta più di rappresentare la natura, ma di rappresentarsi mediante la natura, come parte infinitamente piccola di essa che gira secondo un tutto armonico che giustifica il mondo, l’azione degli uomini e della storia.

Solo ricercando o riscoprendo il bello naturale, suprema prerogativa dell’arte, e dialogando, fraseggiando con l’essere, solo così l’arte giustifica la sua ricerca, perché postula il suo superamento nella morale.

Solo così l’artista Pugliese “sente” di avere un senso, come coscienza con ciò che la distingueva dalla barbarie (bomba atomica) in cui è precipitata.

L’arte allora, ha un valore morale.

Il suo compito è di restituire la centralità dell’universo all’uomo, e Ulisse, per dirla come Dante, può ancora ricordarci che “nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.

Gianfranco Labrosciano