Pietro Pannucci

Cosenza, Casa delle Culture, 13-18 Settembre 2004

Pietro in Galleria

La realtà duplicabile


La grazia e l'inquietudine, ovvero il sogno della bellezza e l'insidia del turbamento, l'armonia e la melanconia, la vitalità della leggiadria e il peso, l'oppressione dello sfinimento e della morte.

Di fronte all'incanto di un papavero impregnato di colori e umori esuberanti e vitali, il disincanto di una natura smorta e come esaurita in una lacustre tristezza.

Pietro è un fecondatore di immagini che conferisce senso a una certa ambigua e inconciliabile distanza fra l'apparenza e la sostanza. Crea una zona d'ombra, tra significante e significato, che però accelera la percezione costringendo lo "sguardo" a una sorta di escursione straordinaria che dissipa la realtà in un quid non visibile e assolutamente fuori dal contesto narrato.

Voglio dire che duplica la realtà in una zona franca che permette la riflessione sull'essere dell'oggetto nella sua natura migratoria, trasportabile, anche rispetto al contesto spaziale, su un piano traslato quello di una fotografia dove è possibile sostare e contemplare il mondo.

La sua opera è mentale e concreta. Concreta la decostruzione in frammenti e la fatica di sminuzzare e isolare il particolare. Mentale è l'assemblaggio di una struttura capace di penetrare un mistero e fare ordine in una bufera del sentimento in grado di fissare, per esempio, un paesaggio crepuscolare e depurarlo della sua aurea lugubre, penetrando il mistero della morte, e riscattarlo nel duplicato della tranquillità, del silenzio e del riposo. Oppure ribaltare la beata indifferenza di un fiore immobile in un laboratorio di libera creatività dove esplode, con semplicità e naturalezza, l'aspetto ludico dell'intera esistenza.

La vetrina della realtà, insomma, che si offre ai passanti col suo catalogo di frammenti ed epifanie, e con tutto il principio delle sue antinomie: assenza, mancanza e vuoto ma anche presenza, potenza e desiderio.

Del resto, guardiamo le foto.

Nei suoi boschi già il crepuscolo è l'immagine di un ciclo che finisce, di un istante sospeso in uno spazio e in un tempo di ricominciamento.

Un'alchimia che trasforma la stessa sostanza passiva.

I suoi fiori, poi, che cosa sono se non un elisir, una fioritura e un ritorno al centro? All'unità primordiale della vita, come quello di uno scatto fotografico, unico e solo?

Ecco allora il mistero della fotografia di Pietro.

Un persuasivo non-luogo dove il fenomeno è metafora e a sua volta copia di un contesto autonomo capace di rinnovarsi ma anche di farsi luogo, rifugio, in cui anche la solitudine acquista valore, sebbene cercata, o ricercata, in una natura troppo apertamente dichiarata.

Gianfranco Labrosciano

Luoghi e Utopie: Nell’obiettivo di Pietro Pannucci

Martedì 14 Settembre 2004, La Provincia


Una natura taciturna, che s'illumina e si assopisce. Comunica attraverso i colori, si muove, pulsa, si riempie e si svuota. Cicli che s'inseguono e alternano stati d'animo, così come s'alternano le stagioni, il giorno e la notte.

Vista con gli occhi di Pietro Pannucci, artista romano con una passione per la fotografia cominciata trent'anni fa, la realtà ha sfumature magiche e inquietanti: una dimensione parallela nascosta tra le cose di tutti i giorni, appena oltre l'orizzonte visibile a tutti.

La sua mostra fotografica promossa dal Centro studi Labrosciano è stata inaugurata ieri sera alla Casa delle culture e rimarrà in città fino a domenica.

Ruscelli, pascoli, fiori che sbocciano, rami che disegnano il contorno azzurro del cielo: Pannucci racconta una natura quotidiana eppure sorprendente. «La grazia e l'inquietudine - scrive delle sue opere Gianfranco Labrosciano - ovvero il sogno della bellezza e l'insidia del turbamento, l'armonia e la malinconia, la vitalità della leggiadria e il peso, l'oppressione dello sfinimento e della morte».

Le fotografie di questo artista romano sono ora sguardi senza filtro sulla realtà, ora immagini plasmate, riviste sfumando forme e colori, con ironia e creatività che rimandano alla pop art.

«Pietro è un fecondatore di immagini - afferma ancora Labrosciano - che conferisce senso a una certa ambigua e inconciliabile distanza fra l'apparenza e la sostanza.

Crea una zona d'ombra, tra significante e significato, che però accelera la percezione costringendo lo "sguardo" a una sorta di escursione straordinaria che dissipa la realtà in un quid non visibile, assolutamente fuori dal contesto narrato.

Duplica la realtà in una zona franca che permette la riflessione sull'essere dell'oggetto nella sua natura migratoria, trasportabile, anche rispetto al contesto spaziale, su un piano traslato, quello di una fotografia dove è possibile sostare e contemplare il mondo».

Un papavero rosso immobile e fiero.

Un istante d'amicizia tra un cane e un gatto, una medusa che galleggia tra i colori cangianti del mare, un'ape e una libellula sospese sulla corolla di un fiore: questo coglie lo sguardo di Pietro Pannucci e lo trasporta, sezionandolo, fuori dal tempo e dallo spazio, nei non-luoghi che caratterizzano la sua arte.

«La sua opera è mentale e concreta – secondo Labrosciano -. Concreta la decostruzione in frammenti e la fatica di sminuzzare e isolare il particolare. Mentale è l'assemblaggio di una struttura capace di penetrare un mistero e fare ordine in una bufera del sentimento in grado di fissare, per esempio, un paesaggio crepuscolare e depuralo della sua aurea lugubre, penetrando il mistero della morte, e riscattarlo nel duplicato della tranquillità, del silenzio e del riposo.

Oppure ribaltare la beata indifferenza di un fiore immobile in un laboratorio di libera creatività dove esplode, con semplicità e naturalezza, l'aspetto ludico dell'intera esistenza».

Benedetta Caira