Hevzi NuhiuCastrolibero (CS), Aprile 1996 |
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“…la ricerca scultorea di Hevzi Nuhiu parte dall’analisi attenta del volume della forma originaria. Il pezzo di legno, la radice d’ulivo è lì, davanti all’artista che l’osserva per giorni e giorni. E’ consapevole che tutte le cose che esistono in natura si muovono e si trasformano, ma la materia che si muove di più, sia pure impercettibilmente, è il legno. Il legno si modifica nel colore, perché la stagionatura porta il mutamento, e anche nel volume, perché si dilata , si comprime e a volte si spacca. Occorre conoscerlo, seguirne le venature e rispettare i nodi per poterlo scavare, penetrare e sminuzzarlo per “levare” dalla materia il superfluo e farla assurgere a dignità di scultura conferendole una vita propria. Hevzi continua ad osservare la forma originaria, pensa a Henry Moore, che lavorava il pioppo russo, liscio, levigato, adattabile alla sua geniale creatività e riflette: i volumi, coi loro giochi veri e propri, li da l’ulivo, con le sue sregolatezze, le protuberanze e i rigonfiamenti versi l’esterno. E li che bisogna intervenire, creare vuoti, passaggi per l’ombra e produrre i ritmi di una forma plastica che si manifesterà nel tutto tondo. Poi comincia il lavoro, paziente, umile, da vero artigiano, e “sente” la materia pulsare di vita propria. A chi l’osserva lavorare ripete spesso che se non riusciamo a pensare che tutto ciò che è intorno a noi è vivo, siamo finiti. Così, magicamente, a poco a poco, la materia si plasma sotto i sapienti colpi dello scalpello e assume una forma vitale, astratta, irreale e pure necessaria, fantastica, e si pone come un accadimento, un evento che si colloca nello spazio descrivendolo e nel tempo definendolo, platonicamente, come immagine mobile dell’eternità. Tutto prende consistenza, i volumi si specificano, si stagliano pienamente nello spazio circostante e la forma raggiunta s’impone, scopertamente unica e sola. Ma alla fine, quando l’opera è conclusa, segretamente, misteriosamente, la forma raggiunta conserva qualcosa di quella originaria, mantiene misteriose interazioni con quella precedente, come se la mano dell’artista l’avesse modellata, ma non stravolta, e ci rendiamo conto che la natura è stata rispettata, anzi, nel processo di trasformazione la materia assurge a una nuova vita, poiché l’artista recupera l’ulivo dalla potatura o dalla radice estirpata di un albero morto. Il prodotto che ne risulta è una forma spaziale e concettuale a un tempo, autoreferenziale e fortemente allusiva, dimodochè pur essendo autonoma rinvia continuamente ad altro, evocando simboli e archetipi primordiali…”. Gianfranco Labrosciano |
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