Diego Minuti

Cosenza, Galleria d'Arte Hjdra, Febbraio 1994

Diego in Galleria

Opere dal 1985 al 1990


Ogni ricerca artistica, che non sia vuoto accademismo, è coscienza di essere e di esistere come dimensione che opera all’interno di una realtà più vasta, la storia dell’arte.

Questo, Diego Minuti, coscientemente e sorprendentemente rivela. E’ evidente che la sua arte, supportata da una tecnica magistrale e da un estro che consente lo svolgersi di immagini che non sono più improvvise luci o apparizioni, ma il risultato di lente sedimentazioni artistiche che trovano qui il punto di confluenza e di incontro, trapassa in un nuovo campo di possibilità estetiche. Inventa spettacoli inediti. Trova nuove possibilità in una rete di segni traccianti che visualizzano in colore – luce le partiture; segni incisivi che liberano effetti cromatici, interagiscono con la luce e sono dotati di un potenziale semantico che li rende simboli primari.

E’ una materia corposa attraversata da segni che richiamano ancestrali distanze, che ritornano, in una sorta di agnostica evasione, in vista di una forma che si proietta nel futuro.

L’opera ha questo di particolare:è una pitto-scultura che muove da una sorta di labirinto senza centro – che ha in sé il principio del movimento – e procede in ogni direzione, per mezzo di segni che si aggregano e si disperdono nello spazio in una ragnatela stratificata e astratta, che in buona sostanza è la forma ordinata dell’artista. Una forma ricavata dal primordiale, nella quale continua a lievitare e a esserci, autoregolantesi nella sostanza. Una forma semplice e complessa che si dipana in una serie di eventi minuziosi, di fiamminga evocazione, tutti protesi alla configurazione di un insieme di quiete e di concertato equilibrio.

Direi quasi una rete che racchiude uno sforzo ermeneutico esplicativo di vasti orizzonti.

E’ un’arte che perviene, alla fine di un lungo percorso di progressivi superamenti, alla definizione di una forma essenziale e scopertamente sola, solitaria e lirica. E certo nel suo svolgimento dialettico, che ha accresciuto il patrimonio del contenuto e ha adeguato le forme artistiche fino a rapportarle alle istanze ultime del nostro tempo, è da cogliere lo specifico di questo processo estetico, inteso alla ricerca di una forma che sarà quella di domani e che solo l’arte può svelare e dischiudere.

Ma accostiamoci di più.

C’è, plasticamente, l’immagine del tempo che si corrode. L’illusione di segni egiziani abrasi, blocchi di pietra e superfici di bronzo che resistono, striati da segni che sono come ritorni a lingue e civiltà dimenticate. Minuti individua nel recupero di un sentire primordiale l’unica possibilità esistenziale, e affida i labirinti dei suoi minotauri il compito di esplicare la sua poetica del tempo circolare. La storia universale è ciclica, e gli uomini alla fine di ogni ciclo adempiranno lo stesso destino. L’artista Minuti non è diverso da quello primitivo, che costruiva le sue composizioni in variegate forme, geometriche e non, e, allentando il legame con la natura, si precipitava verso la liberazione dell’anima.

C’è, sostanzialmente, l’impiego di oggetti e di documenti che sono luoghi della memoria collettiva e che evocano simboli e modi di essere di cultura materiale nella sua più vasta accezione antropologica. Su questi materiali, testimonianze della sostanza vitale del passato, si schiudono le forme costruite con segni di nuove potenzialità semantiche. E c’è, artisticamente, una dimensione nella quale le correnti più vive dell’arte del Novecento si ritrovano, particolarmente elaborate e filtrate, in una efficacissima sintesi che armonizza le due tendenze generali del secolo: l’ordine e l’avventura. Il figurativo e l’astratto. Un’emancipazione cosciente della dipendenza del figurativo, che tuttavia non è abiura, ma il tentativo di superare la dicotomìa in una forma che riporti, equilibrando il rapporto, in due modi di essere dell’arte in una nuova realtà, quella di Minuti, sicuramente foriera di effetti per il futuro.

Gianfranco Labrosciano