Enrico Meo

Palermo, Stand Florio, 18-29 Ottobre 2003

Enrico in Galleria

Enrico Meo nasce a Grottaglie (Ta) nel 1 943. Sin da ragazzo dimostra particolare sensibilità verso i problemi umani ed artistici.

Parallelamente agli studi scolastici, compiuti presso l'Istituto d'Arte del suo paese, frequenta le botteghe d'arte per sperimentare tecniche e procedimenti artistici che arricchiscono considerevolmente la sua formazione giovanile.

Frequenta, in seguito, i Corsi di Incisione ad Urbino, il Corso d'Arte Contemporanea ad Anacapri sotto la guida di Joe Tilson e il Corso d'Arte Concettuale a Salisburgo sotto la guida di Roman Opalka.

Nell'arco della sua esperienza artistica attraversa un primo periodo in cui l'interesse è rivolto esclusivamente a problemi socio-politici poi, in un secondo periodo, dopo una breve pausa di riflessione, sposta la sua attenzione verso la religiosità delle forme e i principi che la generano.

Si è imposto sin dagli anni Sessanta per il deciso carattere espressivo, riscuotendo successo in campo nazionale ed internazionale in città come: Milano, Torino, Bologna, Parma, Firenze, Salisburgo, Los Angeles, La Plata, ecc.

Scritti e notizie sulla sua attività sono apparsi su: II Resto del Carlino, Paese Sera, Giornale di Sicilia, La Gazzetta di Catanzaro, Flash Art, Art Leader, Catalogo Internazionale d'Arte Moderna n. 6 (CIDA, Roma), Colore e Materia (Editoriale Giorgio Mondadori, Milano).

Spesso ho osservato il gatto Meo durante le sue partenze migratorie per la città.

Ho considerato il sistema ultra preciso col quale calcola le sue rotte di spostamento.

Ho conosciuto la misura della sua ruota di attività, cioè i ritmi quotidiani di attività/riposo, e, alla fine, il suo "sentire" il ritmo del tempo.

Cosi l'ho visto vagare fra le sagome di edifici antichi, e fissare con occhi lunatici serrande abbassate o muri rabberciati, pezzi di intonaco caduti e superfici abrase dal tempo, e, nel centro storico della città, montagne di rifiuti e cose vecchie accatastate in vicoli e viuzze in cui la vita pareva abbandonata.

Nelle sue scorribande l'ho visto sostare lungamente in una piazza o su un muretto assolati, e ho considerato questo: è amico del sole, della luna e delle pietre.

Ma che fa il gatto Meo quando si arresta all'improvviso e scruta, osserva, fissa gli oggetti?

Il gatto Meo pensa, ..., pensa.

Forse passeggia dentro il suo cervello, come se fosse in casa sua, mite, leggiadro, forte, un bel gatto.

Cosi direbbe Baudelaire. O è proprio lui, il gatto Meo che, come direbbe Baudelaire, di fronte all'oggetto si distende, tenero e discreto, e pensa ...

"La nostra società sta distruggendo i gatti. Tra pochi anni non ce ne saranno più. Il dio degli animali, allora, ci chiederà il conto su ciò che abbiamo fatto ai nostri fratelli. Certo, siamo stati Dante e Shakespeare, ma intanto abbandoniamo questi nostri disperati fratelli ...

Chi sono poi questi gatti, questi fratelli che se ne vanno in giro col loro far niente e attraversano le strade del mondo come se non ci fossero, senza chiedere niente a nessuno se non, forse, di essere solamente riconosciuti? Forse sono come gli artisti, coloro che vivono ai margini, o sulla soglia, in ogni caso sul confine, sulla zona indistinta che segna il trapasso fra il visibile e l'invisibile ...

I gatti, allora, sono delle icone. Sublimi immagini di una bellezza capace di sollevarci, di rapirci e di trasportarci altrove.

Ma siamo in grado noi, gettati in questo duro mondo d'inamovibili relitti d'inquietudine, di fissare e ritenere ancora l'icona? Oppure, ci meritiamo l'icona? O meglio, siamo in grado di pensare in termini iconoclastici? E soprattutto, siamo in grado di dipingere una nuova icona?

E' un affare di percezione fra lo spazio circostante e la sacralità dell'Io cogitante. Qualcosa che dia senso al numero, all'esatta matematica e alla generale legge dell'emozione, quest'ultima comunemente chiamata Anima.

"Come faremo, noi gatti, cosi teneri e indifesi, noi animali sbandati, dispersi, malinconici e tristi, a farci riconoscere da questi disperati fratelli che si chiamano uomini?"

Questo pensa il gatto Meo mentre passeggia solitariamente, e se pensando va un metro più in la nessuno se ne accorge, perché è un gatto ...

E' una creatura presente ma continuamente assente, che sta altrove. E' qui, con tutta la sua concreta presenza e al contempo non c'è, perché subito sparisce e si dilegua.

Come l'arte, che c'è e non c'è, occupa lo spazio con una data forma e subito si trasforma, in maniera cangiante, ambigua, misteriosa, enigmatica, spesso inafferrabile, come il gatto.

Gianfranco Labrosciano

ARTE COSENTINA: Arriva Gatto Meo

Sabato 25 ottobre 2003, La Provincia


Un evento che segna un'ulteriore tappa nella storia dell'arte cosentina (e contemporanea in genere) è la mostra personale dell'artista Enrico Meo, allestita in questi giorni presso la città di Palermo, all'interno dell'elegante palazzo Florio.

Si tratta di diciassette opere, tutte dedicate al soggetto gatto, con le quali l'artista Meo risponde agli interpelli dell'arte contemporanea con uno slancio che, se da un lato supera l'ipostatizzazione delle poetiche dell'espressionismo e della metafisica, dall'altro ne rivela tutta la valenza sobriamente etica (etica della creazione).

Il problema fondamentale che l'artista Meo vuole qui risolvere è quello relativo allo spazio, non uno spazio qualunque bensì quello relativo alla dimensione naturale del mondo, privo cioè delle determinazioni convenzionalmente elaborate dal genere umano.

Senza le forme a priori, stabilite per vivere gli spazi del mondo, la persona umana si troverebbe di fronte alla natura selvaggia e caotica, che soltanto mediante la sovrapposizione di strutture razionalmente concepite riesce così a dominare.

Vi sono però specie animali che, come il gatto, tracciano geometrie di movimento che sembrano sbrogliare il bandolo della matassa dei fenomeni fisici naturali; sono geometrie che l'uomo riconosce in quanto rispondenti a certe categorie dell'ordine razionalmente costituito.

Questi calibrati movimenti forniscono quindi la testimonianza di un ordine preesistente, a-razionale, istintivo, naturale; il felino si sposta secondo canoni che noi definiamo "di precisione" e che sono, di fatto, precisi anche rispetto alle esigenze di vita e di sopravvivenza di questo animale, ammantato di mistero e intriso di magia.

Lo spirito del gatto è magnetico e silente, e l’artista Meo, nella sua sciamanica virtù d'identificazione, trasporta sulle tele tutto quel magnetismo e quella magia.

Nulla di tutto ciò sarebbe tuttavia possibile senza il ricorso ad ogni più ampia conoscenza che il mestiere "arte" reca in sé e che Enrico Meo, in quasi cinquanta anni di continuo ed ininterrotto lavoro, ha conquistato nella sua totalità.

Non è facile invero parlare di queste opere senza lasciarsi lambire dal tremore della riverenza verso un'anima creatrice che, con la chiarezza delle più sfavillanti delle luci, rivela la sintesi universale dei rapporti tra la complessità dell'esistente e la complessità del diveniente.

Il maestro Meo ha creato, con il gatto, non le opere ma l'Opera. Nel suo sforzo ha fornito l'arte contemporanea (tutta) di quel tributo che le mancava per evolversi e così emanciparsi dalle forme e dai linguaggi finora utilizzati.

La metafisica del Gatto Meo è tale nel senso di un discorso fatto "a proposito" della fisica (livello meta) e dei fenomeni ad essa inerenti; quindi non dall'interno di questi fenomeni è stata fatta l'osservazione ma ponendosi al di fuori di essi, costituenti in tal guisa un insieme, interagente con ben altre leggi che, quasi mai sono quelle che riguardano i rapporti tra i singoli oggetti, essendo piuttosto quelle relative ai rapporti tra i "sistemi".

Il singolo oggetto appare di rado tra le campiture del sistema gatto-cosmo-vita, quale strumento di conoscenza che il felino utilizza nei momenti di gioco, come laboratorio dell'apprendimento, ovvero intervallo delle funzioni utilitaristiche astrattamente considerate.

Indiscutibile è la tavolozza, peraltro felice rispetto alla struttura sintattica utilizzata. I colori (che sono i colori del contesto e mai quelli del gatto) sono caldi come la vita animale rappresentata nell'Opera; più che di vibrazioni si tratta di pulsazioni, dilatazioni e contrazioni cromatiche che sembrano riprodurre il ritmo respiratorio del felino, ora in riposo, ora in movimento, agitato ovvero tranquillo.

L'ambiente riceve dunque le connotazioni emotive dello spirito che ivi dispiega le proprie energie. I balzi del gatto sono evoluzioni, quando verso il più alto stadio di liberazione finale, quando verso ogni più preciso conquistato momento di sopravvivenza.

Con il Gatto, Enrico Meo da luogo ad un vero e proprio vortice di rimandi (nell'accezione espressa da Sergio Piro in "Diadromica - Epistemologia Paradossale Transitoria delle scienze dette umane": "vortice dei rimandi è la compresenza multipla e vorticosa di tutti i rimandi filosofici e scientifico-filosofici epocali possibili delle scienze umane applicate").

In sintesi, l'Opera è metafisica in quanto luogo di esplorazione dei macrofenomeni; è mistica in quanto espressione di una coscienza intrapsichica legata tanto alla natura umana quanto a quella animale; è esoterica (talvolta anche in chiave simbolica) in quanto riguardante l'unione tra materia e spirito ovvero la dissolvenza delle zavorre corporali capace di liberare la materia essenziale verso la commistione con lo spirito.

Il gioco ottico delle forme ambigue sigilla felicemente l’Opera relegandola ad una percezione pluridimensionale dello spazio, vincendo così la rigida bidimensionalità del piano di realizzazione.

Luigi Guido