Stefania Di Dio

Cosenza, Sede del Centro Studi, 5-18 aprile 2003

Stefania in Galleria

Il fiume


Se il fiume che trascorre è come il tempo, e volti e cose scorrono come l'acqua, il flusso da cui sgorga l'acqua di questo fiume finito ch'è la vita sfocia nel fiume di un altro tempo, ch'è l'infinito. Per questo si risale al fiume. Metafora del tempo, il fiume è anche la terrena immagine dell'eternità, che è altra cosa rispetto al tempo, che è finito. Ma più ci si avvicina alla sorgente e più si scende nelle profondità di un altro fiume, che è il tempo quotidiano della vita.

Tutto ritorna alla sorgente, che è anche spazio di una forma da cui sgorga il flusso irreversibile della durata di una intensità interiore, ma anche materia primigenia e cosmica che genera quella numerosa e unica che siamo, che trascorre e passa ed è sempre identica a se stessa, come l'acqua di un fiume interminabile.

Il fiume è circolare. Compie infiniti giri e poi si duplica nella spirale della memoria.

Anche l'arte è un fiume, "un fiume interminabile che passa e resta e riflette uno stesso Eraclito inconsistente, che è lo stesso e un altro ", così pensa Borges, e aggiunge che si tratta di un'Itaca di verde eternità o di uno specchio, che ci rivela il nostro stesso volto.

Ma il fiume, che viene da lontano e va lontano, è anche il luogo in cui ci si bagna nell'acqua fresca e pura del presente. Ricordiamo Marco Aurelio: "Anche se gli anni della tua vita fossero tremila e dieci volte tremila, ricorda che nessuno perde altra vita se non quella che vive adesso, né altra vita vive se non quella che egli perde". E Schopenhauer afferma: "Nessuno ha vissuto nel passato, nessuno vivrà nel futuro; il presente è la forma di ogni vita".

Di tanti fiumi so, belli e magnifici, che mi attraversano lenti e inesorabili e silenziosamente si allontanano. Poi tornano, ritornano nel ritmo di un respiro che avverto come una musica, un rumore e un simbolo. Sospetto, in questo senso, che Stefania Di Dio sia essa stessa fiume.

Sedendo lungamente e meditando alle sponde di questo fiume ho conosciuto, così mi pare, le correnti turbinose sottostanti al fluire della sua acqua in superficie, che scorre placida e tranquilla. Mi riferisco alla forza che genera la sua vis creativa, al magma del sentimento per cui colori e forme scorrono con impeto coinvolgente e trascinante, alla potenza di una passione vitale incontenibile che trova nel fuoco del presente e nella scintilla dell'arte le ragioni di una creatività così bollente e primigenia che l'acqua di nessun fiume può spegnere.

Sicché, quando si lascia andare alle correnti della sua forza creativa più che un fiume diventa un torrente, una fiumara, addirittura, in cui la materia, avvertita come carne, come corpo del mondo, come forma e ricettacolo della sua passione si duplica nel sublime.

E di quanta materia si tratta! Se osserviamo le opere in mostra, infatti, la prima a manifestarsi è proprio la materia, che scorre e sale come lava, come sostanza magmatica che tutto prende, e di questa materia il riguardante si lascia afferrare e conquistare.

Ma osserviamoli meglio, alcuni di questi lavori.

Ne "Il giardino e il fiume" una sorta di onda cosmica che è come una spirale ineluttabile avvolge e quasi abbraccia lo stesso fiume, in cui risaltano segni di una scrittura asemantica, probabilmente in tensione di impermanenza, che principiano da un luogo ancestrale, primordiale e caotico. Ma ai lati del riquadro ci sono essermi, creature o note musicali che paiono danzare e muoversi armonicamente, e in ogni caso sono come sostegni, o pilastri, o colonne dell'intera composizione. Io penso che si tratti di un'allusione precisa. La volontà dichiarata dell'artista che tutto nasce e alberga nella coscienza. Cioè, nel giardino interiore.

Nella "Sinfonia cosmica uno" una sorta di spartito musicale taglia l'intera composizione, e la materia incisa, quasi graffiata, attraversata dai segni che conosciamo si fa implosiva di tutto il mondo che la circonda, sia esso terrestre o cosmico. E che cos'è questa implosione, questo portare tutto dentro procedendo dallo esterno, addirittura dal cosmo verso il proprio essere e il proprio esistere, se non una voglia illimitata di lasciarsi andare alla sorgente della vita, alla poesia da cui tutto fluisce e che non è, in ultima analisi, che l'atto estetico fondamentale?

Ed ecco l'opera "Poesia archetipa futura", in cui tutto è movimento, corrente e materia dove il riguardante entra e soggiorna per partecipare alla fine di un'emozione, un'intensità interiore che è, concludendo, la sostanza dell'arte di Stefania ma anche quella del suo sentimento, che vibra, palpita e rigurgita di vita. Di questa vita nella quale l'artista si bagna e si rigenera fino in fondo, di questo fiume che bagnandola le restituisce, questo consentitemi di dirlo, tutto il senso e il profumo del suo tempo, che è senza età.

Gianfranco Labrosciano

Fermare il tempo con l'arte: Le sculture e le tele dal sapore orientale di Stefania Di Dio

Giovedì 10 Aprile 2003, Il Domani


Nel fiume ogni cosa che scorre è un piccolo passo verso l'eternità. Un paradosso, questo del tempo che non risiede mai in nessun luogo, ma tende sempre ad un aldilà inafferrabile, che abita persistentemente nelle opere di Stefania Di Dio.

L'artista ha inauguralo sabato scorso la mostra personale "Mio fiume, anche tu", che sarà possibile visitare fino al 18 aprile, presso il Centro studi Gianfranco Labrosciano: nelle due sale sculture e tele dal sapore orientale. Si direbbe che si tratti di una ricerca volta a riconquistare il nocciolo perduto della civiltà per affrancarsi e rinunciare una volta per tutte agli schematismi e alle costrizioni di tutte le categorie.

Sono sette le teste esposte, per realizzarle sono stati adoperati recipienti di vetro ricoperti poi da uno strato di stucco e di vernice. Sembrano volti fenici o assiri, nei loro lineamenti la calma e la pienezza di una raffigurazione che non si cura di pensare la bellezza, ma piuttosto la raggiunge attraverso forme pure e immutabili. Le grandi bocche, lo sguardo inesistente, la tonda forma del viso chiamano a una contemplazione che dovrebbe arrestarsi in superficie per poter ricongiungersi con le tanto anelate profondità del primigenio.

I quadri sono anch'essi animati da una tensione verso l'origine, le ampie superfici ricoperte dì stucco sono attraversate da segni che potrebbero essere i origine egizia, caldea, fenicia o quant’altro.

A volte si estendono quasi su tutta la tela, sopra un tonalismo soffuso e delicato fatto di violetti e azzurri; in altri casi si tratta solo di una striscia frastagliata che percorre per intero la larghezza del quadro, oppure sono racchiusi in un'onda sinuosa o in un fiume di graffiti a fare da tema centrale di quadri con titoli come "Sinfonia cosmica" o "Il giardino e il fiume".

Come reagire di fronte a una pittura che vuole essere misura dell'universo e riappropriarsi di una naturalità del segno che viene affermata mediante un'esposizione che lo neutralizza semanticamente? Di certo le aporie con cui questo tipo di espressione creativa costringe a fare i conti sono diverse e non sempre facili da risolvere.

L’impressione è che potrebbe trattarsi di una insolita ripetizione dell'uguale, del rilancio di una serie di palinsesti canonici portatori di stimmate inconfondibili, quelle in ragione delle quali si possono utilizzare, senza stare troppo a pensarci, formule come ad esempio "Principio cosmico", "Sinestesia", "Primordiale".

E da qui tutta una serie di suggestioni che richiamano momenti e tensioni anteriori a ogni creazione artistica, patterns linguistico-culturali buoni per ogni stagione,come etichette adesive da tirare fuori al momento giusto. Un intellettuale alessandrino non privo d'ingegno disse che un luogo comune da solo fa ridere, cento - tutti insieme - commuovono.

Forse è il caso di riflettere sul modo in cui viene rielaborato il cliché della mistica orientaleggiante nella pittura e nelle sculture di Stefania Di Dio e di capire quanto di esse sia davvero collocabile nella tradizione e quanto non funzioni esclusivamente per la tradizione. Uno dei tanti problemi che il post-moderno ha sollevato, rendendo evidente la epocale superfetazione di stereotipi e avvolgendola ironicamente e consapevolmente a proprio vantaggio.

Dopo Mondrian, Kandinsky e l'arte concettuale la parola infinito e quella di archetipo hanno un suono strano, provocano un senso di lontananza e di ambizioni perdute. A trovarle oggi in mezzo al carosello dell'arte, si ha lo stesso effetto di straniamento di quando ci si addormenta al cinema e ci si sveglia quando tutti hanno abbandonalo la sala: non c'è nessuno al quale chiedere se il finale del film lo si e sognato oppure lo si e visto realmente.

Davanti alle opere della Di Dio si tentenna curiosi: sarà vera la sua ingenua e fanciullescamente lineare cosmogonia portatile o è un’altra parodia del nevrotico cannibalismo culturale dell’era moderna?

Andrea Amoroso