Eugenio De Cicco

Rende (CS), Museo Civico, Febbraio 1991

Eugenio in Galleria

Arintha: …e il mito si fa città

Uomini e mito fra phatos e spiritualità


Già ho scritto dell’arte di De Cicco, della sua verginità e delle sua purezza, e ne resto convinto. Si tratta di un’arte che si alimenta in una dimensione elementare e non truccata e perciò è liberatoria e senza mistificazioni.

La chiave di lettura più idonea per entrare nell’opera dell’artista è la forte caratterizzazione dei personaggi rappresentanti.

I personaggi di Eugenio De Cicco sono diavoli in amore che raschiano, graffiano, succhiano la vita e si abbeverano al calice di un umanità disperata che dimostra come nella storia spesso l’infame spesso si stravolge e diventa sublime. Sono angeli ribelli precipitati nell’olocausto di passioni sessuali e di mali affari che testimoniano come più sovente ancora, nella vita di tutti i giorni, il sublime si stravolge e diventa infame. Sono uomini liberi.

Uomini e donne e gettati più avanti e più sfrontatamente nella vita, e le passioni di cui formicola la loro esistenza conferiscono, perché introitate con amore, spiritualità e phatos all’opera di De Cicco.

C’è un grande precedente nella storia dell’arte: Caravaggio. Anche lui ha affondato lo sguardo, per la sua camera oscura, nel fuoco delle passioni che sconvolgevano la sua vita, ma si è trattato di una scintilla di genio che ha appiccato il fuoco a un’idea che si è trasfusa e sublimata nello spirito di un’epoca, ed è andata al di là del suo tempo. Qui, invece manca l’intenzionalità, la volontà di capire lo Spirito del tempo, ma non la coscienza che la storia è fatta dagli uomini che vivono “ora e in questo momento” e che vanno oltre perché più degli altri attaccati alla vita.

Per cui la sostanza che sta alla base delle due esperienza, l’energia vitale che traspare è comune, anche se sublimata su due piani diversi i cui effetti probabilmente non s’incontreranno mai. E non sarebbe nemmeno il caso, poiché la storia dell’arte è storia universale dello spirito che si dischiude in momenti successivi e irripetibili.

Tornando a De Cicco, mi sembra che nell’opera spudoratamente sessuale e viscerale di questo artista così smoderatamente libero ci sia da cogliere l’afflato, la protezione e il canto di una coscienza che affida all’arte il compito di manifestare la sua volontà di vita . Così trasporta nei suo quadri la sua anima, con la spinta di un uomo del nostro tempo che non si lascia ingabbiare da nessuna “trappola” culturale e procede in avanti, esternando semplicemente l’anima.

D’altra parte, personalmente diffido di quegli artisti che si ritengono tali solo in virtù di una tecnica che si è forgiata in lunghi anni di apprendistato e di mestiere: spesso le loro opere sono mediocri perché sanno, appunto, di mestiere, ma non hanno un’anima e sono senza vita.

Eugenio De Cicco è ancorato al figurativo, ma certo realizza nella figura una proiezione tale che astrae dal mondo reale e s’avvicina alla concettualità simbolica e al mito.

I suoi uomini reali, di oggi, ma inseriti in una dimensione antica e senza tempo, e per questo hanno, a volte, il carattere della statua, universale ed esterno. I contorni delle figure sono marcati, quasi a significare la netta distinzione fra la realtà dell’esperienza sensibile e il sogno, la fattuale oggettività della vita e il suo bisogno di storia e di mito. I volumi sono accentuati e le masse risaltano per effetto di un gioco di ombre, virtuali e reali, che pure alludono a una presenza ineludibile e misteriosa. I colori, simbolici e passati con una stesura trasparente e allo stato puro, evocano una certa condizione di sogno o una realtà immaginaria, mitica e lontana. Su tutto emerge un nudo corpulento e pregnante di umori erotici e vitali.

Da non trascurare, per concludere, la tecnica sapiente del collage, che perviene a una rara efficacia espressiva e che dimostra, in tanto contesto figurativo, che Eugenio De Cicco non è del tutto estraneo e indifferente al farsi attuale dell’arte moderna.

Si tratta di una tecnica laboriosa, di autentico artigianato artistico, che richiede per la sua esecuzione perizia e pazienza. Ma mi sembra di poter sostenere che proprio in virtù di questa tecnica Eugenio De Cicco abbia imboccato una strada sua, abbastanza originale, il cui sviluppo e la cui elaborazione gli consentono di guardare con fiducia ai suoi mezzi espressivi, per sentirsi responsabile di vivere una vicenda artistica che, tutto sommato, è personale e unica.

Gianfranco Labrosciano


Nel tentativo di superare nell’arte la crisi del valore "uomo" generata dalla civiltà post-moderna, ritengo dia da ricercare la collocazione ideale di questo artista.

C’è una certa affinità elettiva con un grande esempio della storia dell’arte: Goguin. Anche lui, ma in maniera sublime, sarà segnato dalla ricerca di verginità e di purezza.

Ecco, direi che Eugenio de Cicco interpreti nell’arte sua il dramma di sentirsi vivere in un momento in cui l’homo sapiens, proiettato com’è verso il futuro, non ha trovato nessuna verità.

L’artista, il cui compito è di interpretare il reale per modificarlo a vantaggio dell’uomo cerca, le “chiavi” per inserirsi in questa dinamica. Chiavi che sono messaggi, come questo di Eugenio de Cicco.

Che cosa trasmettono i suoi lavori? Un generale bisogno di purezza, un ritorno allo stato primitivo, una difesa, finché si è in tempo, contro la generale confusione di un mondo che precipita nell’ignoto e nel vago. Le motivazioni culturali dell’arte di Eugenio De Cicco sono molteplici.

E’ un’arte che s’innesta con la grande arte del passato e propone modi di essere per il futuro; il tutto in una visione biblica e religiosa della vita incentrata su di un sentimento esistenziale il cui pilastro è la grande dignità dell’essere “uomo”.

I temi della violenza, della droga, che sono poi quelli che lacerano le coscienze individuali e collettive, così vivi nell’arte già esaminata, si legano a quelli più generalmente politici quali le nuove forme di colonialismo e quelle più generali del rispetto della libertà dei popoli.

E si potrebbe continuare a lungo, tanto è alluvionata l’arte di De Cicco di significati culturali.

Ma tanto basti. Occorre invece esaminare la tecnica, di vero artigianato artistico, alla quale De Cicco unisce il suo estro creativo.

Osservate i collages sapienti, il gioco degli incastri con cui esalta le forme e i diversi effetti delle tonalità cromatiche; le ombre, sempre presenti, che accentuano i volumi.

Dotato di una tecnica eccellente, di una particolare sensibilità artistica, Eugenio De Cicco ha solo bisogno di sviscerare, analizzare il suo calderone esistenziale per sviluppare ancora di più e meglio le sue doti e le sue tematiche.

Gianfranco Labrosciano