Giovanni CastigliaMisilmeri (PA), Museo Godranopoli, 15-28 Febbraio 1998 |
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La tensione contro la staticità e una pratica della pittura a formalizzazione multipla che “ricomincia" da una spontanea attitudine alla trasformazione, costituiscono il dato fondante dell'opera di Giovanni Castiglia, mossa da un'intima esigenza di superare i confini rappresentati per trovare ulteriori territori di gestualità espressiva. Sorgono, in tal modo, circuiti semantici di informazione le cui entità si assimilano, seppure non legate conseguenzialmente, mediante un linguaggio di pura visibilità che non rimanda ad altro se non all'essere del linguaggio medesimo, che è luogo di processualità e di sintesi, motivo per cui l'opera dichiara se stessa e si manifesta sganciata da ogni lavoro che l'ha preceduta. Sicché l'azzeramento delle modalità collaudate conduce a una potenzialità di recupero, anche spaziale, contenente segni e nuove presenze di una propria autonomia linguistica, che trova senso e specificazione in uno spazio assunto come mediazione, scambio e dialogo con una realtà sempre più fluidificante. L'essere del linguaggio, snervante e seduttivo, che svapora ed evapora in una stregata immobilità d’immagini, è l'immaginario, ovvero l'energia, l'ambiente intimo in cui Castiglia costantemente naviga nell'aspirazione di trovare un luogo unico, irripetibile, che sia in grado di ospitare, alternativamente, una metafora della vita e dello spirito. Ma, sia pure attraverso un'iconografia della deviazione e dell'erranza, e l'irruzione ambigua di particolarità traccianti una geografia di elementi a volte ammantati di retorica, l'opera risulta, alla fine, concentrata su valori comunicativi che rendono visiva l'esperienza di un principio sensoriale, una certa componente che si manifesta come referente di un progetto d'intervento singolare e non stereotipato. La forza di questo processo è una componente sfondante un orizzonte più vasto, di rimando a una bellezza non legata ma trapassante l'oggetto verso una quantità di rinvii dell'esperienza. È l'attraenza sensibile di un'esperienza evocativa, simbolica, comunque suscettibile di “fare mondo" e sospensione nell'ineluttabilità della visione e dell'abitudinario. Questa componente non è la visione prolungata di un'immagine cui perviene una consapevole elaborazione speculativa, e dunque non si tratta di arte concettuale, ma una spiccata sensibilità astrattiva, tendente a una trascrizione epidermica di un' occasione di libertà esplorante anche visivamente territori altri, non visti, percepiti e vissuti in funzione di spalancamento e di allargamento di frontiere interattive con l'immagine, che in certo senso la superano, vanno oltre, nella realtà tutta virtuale di un territorio indefinito, in grado di trasportare su un piano di idee diverso dalla stessa immaterialità dell'arte. E tutto ciò unitamente alla capacità di messa a fuoco, di controllo dell'immagine, alla lucida esperienza di arresto del gesto che consente l'incastro giusto con i diversi livelli estetici, di emotività e di fantasia, e il dispiegarsi di un mondo sublimale che si offre in equilibrato dosaggio tra rappresentazione e desiderio, espressione e gamma di emozioni, forma e cromia, sensazioni emotive e lucidità contemplativa. Giovanni Castiglia resta dentro la pittura come genere, in un contesto di segni in cui il colore occupa una funzione preponderante, e reinventa la pittura stessa come sequenza illuminata di forme e contenuti che rioccupa il centro, una condizione di centralità che recupera la dimensione della pienezza visiva di uno spazio emozionale inteso come azione, sforzo fisico della lavorazione e campo di scena ludica, di gioco, di ironia, luogo di impronta erotica e finanche di sballo, dove la ritualità interagisce nello scambio dei ruoli dell'arte e agisce nel mondo tangibile delle apparenze per interiorizzarsi e assumere altri significati. Risalta, così, un'energia che illustra una mentalità pittorica convergente in un’unica griglia compositiva, l'indurito tamburo del "quadro", che riprende, attraverso lo sviluppo di un suggestivo cromatismo permutabile, lo svolgimento anche di scarti di quotidianità utilizzati in autonomia di linguaggio tendente al simbolo, alla sintesi oggettiva, a fluttuare nei segmenti invisibili di una modernità che proprio attraverso la pittura riscatta il senso precario della sua fuggitiva realtà. L'esercizio quotidiano e il continuo «star dentro» le proprie pulsioni artistiche - che si liberano in eventi traslabili nelle cangianti valenze del segno, nella purezza riflessa di forme appena accennate, nel ritmo dei piani che si congiungono per imponderabili equilibri, nell'articolazione spaziale che armonizza la stessa cifra pittorica - producono una sorta di work in progress tonale e sinergetico, di una temperatura morfologica e sintattica svolgentesi attorno a singole situazioni che a ogni occasione mutano. Ciò perché l'imput spaziante, il principio dell'intervento, coinvolge uno spazio più ampio che dà corpo a una presenza straniante, e il gioco di associazioni, di volta in volta assunto liberamente, si concentra anche nei dettagli, che si dispongono, direi, seguendo il movimento fluido del colore, dei particolari che si aggregano al ritmo di scoperte progressive di uno spazio vuoto, non perlustrato, nel quale dimorare, come se si trattasse della condizione mitica di un ritorno, verso un centro ancestrale e archetipo. Ma lo scenario che determina la differenza delle singole valenze e dei segni, la grammatica che stabilisce la relazione dei termini strutturali, il linguaggio pittorico, alla fine, è omogeneo, ed è misura inequivocabile di un processo di identificazione con alterità imponderabili, privilegiate, ricercate da Castiglia in una incrollabile logica utopica e svagata dell'arte. Gianfranco Labrosciano |
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