Giuseppe CannizzaroMalvito (CS), Torre Medioevale, 11-30 agosto 1991 |
Giuseppe in Galleria | |||
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Antologica 1950-1990Quando, intorno agli anni trenta, Giuseppe Cannizzaro abbandona gli iniziali studi scientifici voluti dai genitori e si dedica all’arte, è consapevole che la pittura, per lui esigenza remota e fortissima è la sua vocazione naturale e il suo destino. Frequenta gli istituti d’arte di Reggio Calabria, ma presto li abbandona per un interiore bisogno di libertà. Partecipa tuttavia alla vita artistica della città e della regione, e, pur con le sue reazioni al suo gusto post-impressionista e celebrazionista mortificante della provincia, riesce ad affermarsi quale pittore tra i più interessanti della Calabria. Prende corpo un suo espressionismo originale, che è visione e reazione di un suo modo di essere verso il provincialismo e la cultura autarchica del tempo. E' di questo periodo il suo primo e avventuroso –viaggia clandestinamente nel canile di un vagone postale ferroviario- allontanamento della Calabria verso Roma, città nella quale lavora per vivere. Di lì a poco entra nello studio del maestro Cisterna, pittore ufficiale del Vaticano, e partecipa a grandi cicli di pittura murale in grandi palazzi storici, fra cui il Senato. Contemporaneamente frequenta l’accademia inglese di Belle Arti e Corso Libero del nudo, ma, inappagato di quanto si produceva e si mostrava a Roma, ritorna in Calabria. Approfondisce la sua ricerca con una espressività rigorosa e “selvaggia” che muove dall’ancestrale senso della sua terra ma aperta alle più spericolate soluzioni. A Reggio fa il “predicatore” di una sostanziale modernità ma non è compreso dai suoi colleghi. Deluso, sotto la spinta delle sue inquietudini, si reca in Africa, e vi soggiorna a lungo per studiare l’arte primitiva di quei popoli e coglierne il senso di verginale purezza per introitare come essenzialità e sintesi del suo fare artistico. Nell’incalzare della guerra la sua pittura diventa più “gridata” e dolorosa, come protesta espressiva del suo rifiuto della violenza e dell’orrore della morte, come può vedersi in alcuni rarissimi quadri oggi in collezioni private. Presenta, invitato, la sua produzione in personali che si tengono a Genova, Milano, Roma, Palmi e Palermo. In questa fase nella sua elaborazione formale entrano e si maturano nuove esigenze: la cubista, il surreale e un senso di distacco metafisico che si rifà più agli esempi stranieri di un Delvaux che al fare De Chirichiano. Nel crogiolo delle esperienze intersecatesi, inizia un tempo di capovolgimento e superamento dei passati assunti, nel quale si fa cosciente il senso della struttura polifunzionale dichiarata o suggerita sulla superficie bidirezionale della tela. Nel ‘51 si trasferisce a Roma, dove risiederà fino al 1975. E’ questo il periodo di maggiore maturazione sul piano artistico e di affermazione – nazionale e internazionale- della sua arte. Partecipa, insieme a Vedova, Santomaso, Dorazio, alle più vive manifestazioni d’arte in Italia e all’ estero, anche in rappresentanza dell’arte Italiana. Da quello che era l’antecedente espressionismo iniziale, passa ad una espressività strutturalmente astratta o arcaica o primordiale, per certi riferimenti culturali da ritrovare nella sua esperienza in Africa, ma anche comune al gusto del momento per un senso di purezza e semplificazione verso cui tende l’arte moderna. E’ di questo periodo la prima mostra alla galleria il“Pingio” a Roma. Dal ’50, fino al prima del '60, si va orientando verso un artificio arcaico in un primordiale senso della natura come materia originaria, e per interna necessità psicologica perviene all’espressione di un suo metafisico remoto, anche intriso di una sensibilità umana che sottende a una particolare visone del surreale. E’ il momento della seconda personale alla Galleria il “Pingio”, con la presentazione in catalogo di Giovanni Galtieri. La mostra destò grande interesse fra i critici e artisti per le soluzioni inedite e profonde presentate da Cannizzaro. Era il tempo in cui si scontravano le due componenti dell’astratto e del neo-figurativismo proveniente dal filone neorealistico e da certo surrealismo. Cannizzaro trova una sua maturazione recuperando un discorso d’interiore contenuto dei fatti interni e psicologici (non esterni e visuali) dell’uomo e della natura, in un “indistinto” farsi del sentimento profondo, che era l’informale scoperto e oggettivato da lui attraverso una materia (relitti di inquietudine della civiltà consumistica) usata come nuovo mezzo espressivo e non come fatto scioccante. Dal '60 al '70 compone una serie di grandi opere magistralmente strutturate e intrise di angoscia individuale e collettiva. Diviene uno dei componenti del gruppo internazionale “Numero”, con cui partecipa a mostre collettive in paesi europei ed extra europei. E’ invitato a prestigiose mostre straniere, in America, nei musei delle città più importanti, in Danimarca, in Siria, in Germania, a Berlino e ad Amburgo. Insieme ai pittori Casotti – dell’Accademia di Roma – e Sessa fonda lo“Studio d’arte segreto il Cacco” appoggiato dalla critica romana. Il lavoro “rivoluzionario” della Galleria di Cannizzaro attira l’interesse di Nello Ponente, Alberto Moravia, Marcello Venturosi, Vittorio Stella, Lorenzo Trucchi, Morosini e altri. Fonda la rivista “Lo Specillo”, periodico di contestazione al consumismo della espressione e del mercato dell’arte .Pubblica articoli di critica estetica e letteraria su note riviste quali “Il Caffè”, “Caleidoscopio”, “Pagine libere”; vari libri di poesia e di ricerca; saggi sull’arte contemporanea d’avanguardia; presentazioni di artisti per mostre e articoli sull’arte iconale. E’ nominato componente effettivo della “Storica Accademia Tiberina di Roma” e della “Accademia della Legio d’Oro di Roma”. E’ questo l’ultimo e attuale periodo, nel quale Cannizzaro non crede ai recuperi della post-avanguardia né ai suoi vari citazionismi. Costruisce opere inquietanti e problematiche, sempre però aperte a un divenire della vita e del fare moderno. Gianfranco Labrosciano |
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