Festival dei Longobardi.

Longobardi (CS), 11-25 Agosto 2001.


Saloua Jabeur in Galleria

Alex Chichi in Galleria

Verso il Gemellaggio

Agosto 2001, Informa Longobardi, bollettino periodico dell’Amministrazione Comunale


Il Festival dei Longobardi per come è stato concepito è certamente sia pure nelle sue dimensioni ridotte, una delle iniziative culturali più meritevoli di attenzione nell'intero panorama delle manifestazioni culturali, che si svolgono in Calabria dell’estate in corso.

Non solo, ma serve per qualificare e ridisegnare il volto di un paese antico e nobile, la cui struttura urbanistica è ancora di impianto medioevale e nelle cui chiese esiste un patrimonio artistico tutto da valorizzare e rilanciare.

L’iniziativa promossa dall'Amministrazione Comunale, che ha dato impulso alla nascita di un Comitato di cittadini promotore di un vero e proprio rapporto di gemellaggio con un paese tedesco, apre una serie di opportunità per l'intera collettività che, se ben considerate e sfruttate, sono suscettibili di offrire vantaggi notevoli per tutti.

Non c'è alcun dubbio, infatti, che i tedeschi potrebbero a loro volta approfittare di tale tipo di rapporto per trascorrere le loro vacanze, specie quelle estive, a Longobardi, e godere dell'ottimo ambiente mare-monti che il paese offre.

Si tratta di innescare un cambiamento socio-economico di notevole interesse per la vita e il benessere di tutti i cittadini. Questo, naturalmente, a condizione che i longobardesi desiderino effettivamente instaurare rapporti di amicizia sincera e duratura, presupposti effettivi di qualunque tipo di gemellaggio.

Se così sarà, i benefici si potranno toccare con mano già a partite dalla prossima estate, quando il gemellaggio, così mi auguro, sarà una felice realtà.

Per il momento questa è la volontà espressa dall'Amministrazione e dal Comitato promotore, che ha organizzato la manifestazione in quella direzione e per perseguire quell'obiettivo.

In tal senso la mostra di arte contemporanea di artisti tedeschi è il momento centrale del Festival.

Un Festival che però non guarda solo all'Europa, ovvero al Nord. Il suo “sguardo” è diretto anche altrove. E precisamente al Sud del mondo. In primo luogo al Mediterraneo e ai paesi del centro Africa.

Questo è il senso della mostra dell'artista tunisina Saloua Jabeur, ormai riconosciuta anche in Calabria come vera e propria "reginetta del Mediterraneo", per la fortissima carica simbolica, tutta del “mare nostrum” che rappresenta la sua pittura, del bravissimo Alex Chicchi, che installerà una pregevole mostra dedicata ai Babinga, ossia i pigmei della Repubblica del Centro d'Africa minacciati dal disastro ambientale nel posto in cui vivono: la foresta.

In tal modo Longobardi diventa concettualmente "luogo" di bilanciamento e di equilibrio, vista anche la sua posizione geografica, tra il Sud e il Nord del mondo, e il Festival assume una rilevanza che va ben oltre il suo ambito territoriale.

Giusto Sucato, il maestro siciliano dell'antropologia culturale applicata all'arte ed Assunta Garritano, artista locale che, tra l'altro, ha dipinto una opera che rappresenterà l'intera manifestazione con la sua riproduzione in manifesto.

La rassegna verrà chiusa da questi ultimi due artisti, impreziosita da tre serate di presentazione di libri di autori vari, tra cui il sottoscritto.

Insomma, un buon inizio, all'insegna della buona volontà e dell'apertura culturale, che serve a qualificare non solo il paese di Longobardi ma l'intero Tirreno cosentino, che ha bisogno di ben altra immagine e merita un destino sicuramente migliore dell'attuale.

Gianfranco Labrosciano


Giusto Sucato in Galleria

Assunta Garritano in Galleria

ALTRI SEGNI - Collettiva di:

Norbert Schmitt;
Patricia Hell;
Fanna Kolarova;
Jacques de Jong.

"Altri Segni" è il titolo di una rassegna concepita in omaggio al valore sprovincializzante e globalizzante dell'arte, in vista del ripristino di uno spazio più dilatato, in grado d'infrangere quello statico, in un nuovo rapporto arte-mondo come necessario per riabilitare le possibilità creative del sapere e inserirle a pieno titolo in una moderna esperienza di conoscenza.

È dunque una poetica esistenziale quella che si decanta, più che la celebrazione di una situazione presente, tendente a rimpiazzare l'estetica del movimento a quella vuota delle forme fisse, e l'intervento degli artisti, provenienti da aree geograficamente lontane, si manifesta qui come gesto capace d'inserirsi in una nuova formazione di coscienza nella rinnovata dimensione del reale storico e contemporaneo.

Questa la "griglia" della mostra proposta, che può servire per una metodologia capace di estensione e di avanzamento, di un modello infinito di confronto per un'apertura che può andare al di là. Ciò perché l'arte non è solo informazione su qualcosa che è - giusta l'osservazione di Ludger Gerdes - ma è anche un modello per qualcosa che non è.

Ed è vero che non è la funzione di modello che rende l'arte specifica: ciò che la rende necessaria è che essa, da sola, è un modo di modellizzazione.

Dei quattro artisti presenti in mostra Patricia Hell e Norbert Schmitt sottolineano la tendenza di una matrice figurale all'interno di un linguaggio espressivo la cui cifra informale struttura le opere in una rete di rapporti segnici invasiva, che tende alla sottrazione delle immagini medesime a vantaggio dell'esposizione di un reticolo puramente esistenziale, laddove invece Fanna Kolarova, e soprattutto Jacques De Jong, illustrano una sintassi di contenuto neutralizzato in cui le composizioni risaltano in chiave di pittura fondatamente astratta.

Norbert Schmitt in Galleria

Il tedesco Norbert Schmitt "violenta" la tela per effetto di un' urtante e tattile azione segnica il cui chiuso sistema opprimente, da clima carcerario in cui la figura è rinchiusa, rimanda a strutture simboliche - urbane, forse - prive di identità oppure drammaticamente indicanti la realtà.

La complessità e l'intrico delle parti dipinte realizzano vorticosamente le forme in una disgregazione materica che diviene metafora di disagio e di precarietà.

In tal modo l'informale, per l'artista, corrisponde a quel malinteso della comunicazione - e dell'arte - contemporanea che sollevando ottimistiche posizioni di adattabilità è pronto a scandagliare fino in fondo i flussi coscenziali e collettivi.

Laddove invece la figura scompare il processo di allontanamento dalla realtà corrisponde a uno sguardo altro, e il gioco pittorico si trasforma in un andirvieni che discopre il senso del caos, di un primordiale informe che si accompagna al senso profondo del nostro esistere.

Patricia Hell in Galleria

L'istintualità naturale e disinibita della tedesca Patricia Hell, cui fa da sottofondo una carica erotica circolante e fortemente allusiva, è evidente nel suo lavoro interattivo fra l'immagine e il reticolo segnico, in virtù del quale l'oscuro grumo figurale subisce la magia di uno schiacciamento dovuto a una materia intrigante che sottraendolo lo dilata in una sorta di biosfera semantica il cui peso informale crea come un'altra vita, di una propria consistenza organica e significante.

Dal disegno non finito alla quasi graffiatura, fino allo svagato e consapevole scoordinamento del dettaglio, l'artista produce il gioco di svariate possibilità in un registro pittorico specifico e coerente, che colloca l'esperienza estetica nello spazio di una capacità d'improvvisazione il cui livello d'azione illustra l'emergenza di una sostanza catartica del sentimento non altrimenti esprimibile se non con l'immediatezza e la velocità del gesto e del segno. Il quale è un segno di personificazione, oltre che una peculiare prospettiva nel panorama dell'arte contemporanea.


La rumena Fanna Kolarova si muove nell'ambito di un espressionismo astratto dato dall'assorbimento quasi fisico dell'elemento figurale, e l'economicità con cui il colore, la materia pittorica e la figura sono messi insieme creano una dimensione sapientemente sensuale, esuberante e graffiante.

In tal modo si creano dei microcosmi in cui il riassorbimento del mondo organico in quello più epidermicamente caotico, fantasioso e sensuale generato dal colore, produce una certa dimensione esoterica e bagliori dell'immaginario in scenari simbolici di forte intensità emotiva.

Sicché la ricerca dell'artista, orientata sull'aspetto figurativo e sul suo superamento attraverso la sovrapposizione di una materia informe data in maniera gestuale e rapida, conduce al salto stilistico proprio di uno spazialismo propriamente astratto, in cui la luce e il movimento del colore sono percepiti come elementi quasi fisici di un'unica energia generativa.

Jacques De Jong in Galleria

A una considerazione più precisamente astratta, invece, riconduce l'opera del maestro olandese Jacques de Jong, le cui proiezioni sono oggetti non privi di storia e di memoria trovati nel mondo osservato come schermo.

I suoi lavori sono come dei fotogrammi di una macchina da presa che segue la strada ferrata di una linea incrociante la narrazione e l'inconscio, e le immagini che ne conseguono aprono una breccia nella Mecca dell'arte astratta, poiché svelano una libertà e una freschezza disponibili ad aprire nuove idee e nuove energie.

Metafora di un'arte pluralista, poggiante su un dialogo visivo e intellettuale, l'opera di Jacques de Jong si presta a differenti livelli d'immaginazione, e le visioni create stimolano la liberazione del pensiero in una delle più alte trasformazioni cui la produzione artistica può arrivare: l'arte astratta, appunto.

Ciò perché quella del maestro è una pittura aperta, che pensa a un modello senza confondersi con lo stesso ma pervenendo a un' originalissima fusione di campi pittorici, poetici e teorici.

Gianfranco Labrosciano